[MaglaxWriters] – “Il pianeta della dea Myka” di Valerio Vozza

IL PIANETA DELLA DEA MYKA COPIl pianeta della dea Myka

Valerio Vozza

La dea Myka, ancora fanciulla, era solita addobbare il suo piccolo albero di Natale con dei pianeti. La Terra era tra tutte le sfere quella che preferiva: colorata per tre quarti con i colori azzurri dell’acqua e il resto di quelli della roccia. Per errore il pianeta era caduto e si era rotto in mille schegge appuntite. I genitori della bambina la vedevano triste e decisero di accompagnarla fino alla Via Lattea, in un sistema stellare in formazione, dove la Terra si potesse di nuovo ricostruire.

Ma ciò non è riuscito alla perfezione, la nuova Terra ha le ammaccature della precedente, infatti, è ancora tappezzata da spigolose montagne e l’oceano si prolunga verso le terre emerse per mezzo di schegge d’acqua che gli abitanti, i terrestri, chiamano fiumi. Anche loro ricordano la forma delle schegge: grandi poco meno di 2 metri si sviluppano prevalentemente lungo la verticale e assomigliano a schegge di acqua e carbonio. Le loro case misurano la grandezza dei loro cuori: schegge di centinaia di tipi diversi di materiali si innalzano dal terreno con la folle ambizione di grattare il cielo per farsi notare dalla dea Myka ed essere così riammessi sull’albero di Natale. I loro interessi, invece, misurano la profondità del loro Universo, rispetto a quello della loro dea: gli abitanti della Terra amano dividersi in continenti, stati, regioni, provincie, comuni, quartieri, condomini, scale, interni e stanze. Ognuno è diviso dagli altri, come se abitasse in schegge infinitesime separate. Essi sono pronti a tutto per rubare un pezzo della scheggia altrui in spietate guerre, ma sono altrettanto incapaci di condividere assieme le risorse del loro pianeta divisi come sono.

Anche il cuore e la mente dei terresti sono separate: se la prima è già in aria, che quasi si appresta ad atterrare paga del suo volo, la seconda è ancora in terra, mai soddisfatta, a spiccare voli in continuazione. Così l’orbita di un abitante della Terra non assomiglia per niente al semplice circolo che compie il pianeta per interazione gravitazionale: la prima è determinata da complesse forze che portano i terrestri verso l’essere che è stato al loro fianco durante la spaccatura del pianeta, per completarsi a vicenda e poter così far spiccare il volo alla mente di entrambi affinché possano prendere i loro cuori e atterrare felicemente oltre ogni difficoltà.

Così ho visto un soldato keniota cercare per tutta la vita di viaggiare nel tempo per incontrare una sacerdotessa Inca e una pittrice americana cercare addirittura la compagnia un imperatore romano…

L’anima dei terrestri è capace di comprendere il fascino dell’infinito mondo degli dei, ma questi ne sono esclusi, dato che vivono nel pianeta dei frammenti: scienziati progettano pianeti cavi incapaci di essere realizzati per mancanza di materia, scrittori immaginano mondi distanti decine di parsec, incapaci di essere raggiunti per mancanza di tempo nelle loro vite, artisti immaginano geometrie incapaci di esistere per mancanza di spazio e di dimensioni presenti nella loro realtà. Tutti incapaci di vivere nel mondo infinito di Myka.

L’insieme delle possibilità per un terrestre di incontrarsi con i loro simili ha la stessa cardinalità degli elementi di un intorno aperto dei numeri reali e come quest’ultimo è limitato. Ad esempio, ho osservato che il settore dei matematici e quello dei guerrieri sono mischiati con gli altri. Una sera nel Queenland meridionale, mentre ero insieme a un gruppo di aborigeni australiani, ho espresso questa preghiera agli dei: “Forse Archimede non potrà incontrare Newton, né Giulio Cesare potrà aiutare Napoleone a Wateloo, ma almeno il proprio compagno, quello che era a lui più vicino, quello che cercano con più insistenza, fate in modo che si incontrino.” Allora, in una taverna di Parigi ai tempi del Re Sole, cinque secoli prima, una prostituta fiamminga fu eletta per potermi parlare dalla dea Myka oramai adolescente:

“Lo spazio delle fasi e la bontà degli dei sono più ampie dell’intero universo. Ho ascoltato la tua richiesta e insieme alle altre divinità decreto, dall’inizio dei tempi e per sempre, che gli abitanti della Terra saranno separati per coppie nelle loro schegge, così da avere diritto a un compagno. Ma l’istante che nasceranno sarà diverso dall’istante del loro incontro, così, quando gli abitanti della Terra scopriranno che il destino, ovvero io, ha riservato nelle loro vite una scheggia del mio mondo me ne saranno grati e non lo sprecheranno come tutto il resto della loro esistenza.”

Non ho osservato nessun cambiamento nella storia dei terrestri, tranne che coppie di abitanti hanno iniziato a toccarsi le labbra tra i punti di contatto delle schegge. Forse è solo un timido tentativo di abbracciarsi per provare a fondere la propria scheggia con quella dell’altro. E forse, chi lo sa, se non succede questo nell’intimità.

Mi sono poi domandato: “Perché non ho ancora incontrato chi mi spettava?” Ero su una spiaggia tra l’equatore e il tropico del Capricorno, all’inizio del terzo millennio e ho rincontrato questa volta di persona la dea Myka, divenuta una giovane donna.

“Tu mi hai chiesto di portare un po’ di divinità su questo pianeta e io ora ti chiedo di portare un po’ della vita della Terra in me, che amo questo pianeta così tanto”. Così lei mi ha baciato ed è divenuta mortale.

Dei tanti pianeti uniformi dell’Universo questo è il solo abitato. Due saranno i possibili destini dei suoi abitanti. Il primo è che questi, costruendo torri sempre più alte e non accorgendosi che la loro dea e già sul pianeta, si ritroveranno, un giorno, schiacciati dalle macerie di questi edifici, crollati al suolo. Il secondo è che, ad ascoltare i loro desideri, essi scopriranno che ogni scheggia, a furia di rubare frammenti altrui non è diversa dalla propria e che in ognuna di esse possono trovare tutto ciò di cui hanno bisogno, come in un intorno aperto di un numero reale.

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