[MaglaxWriters] – “Scheggia” di Daniele Imbornone

SCHEGGIA COPSCHEGGIA

Daniele Imbornone

I miei occhi sono immersi nella meraviglia. Alzo la testa e guardo le nubi accumularsi sopra le nostre teste.

Non le ho mai viste così colleriche e cupe; sembrano pece e, dentro di esse, si nasconde la brace divina.

I miei passi e quelli dei miei fratelli sono ancora insicuri e la strada è lunga; ma sanno che non devono temere. No… nemmeno con morte ai lati; nemmeno con le creature marine che ci osservano nascoste.

Devono avere solo fiducia e guardare avanti. La strada è sicura e diritta, proprio come le sue vie.

Siamo stati benedetti, nulla ci è mancato. E ora, ci apprestiamo ad abbandonare le nostre pene, attraversando le onde del mare coi piedi asciutti. Le ruote dei carri procedono a rilento e avverto i lamenti degli animali carichi di provviste, oro, argento e ogni oggetto prezioso fatto da mano d’uomo. Quanto bottino per indurci ad abbandonare la terra del gran fiume, martoriato dalle pieghe del nostro liberatore… Lui si è ricordato di noi! Ha udito le nostre grida d’afflizione e ha steso la mano contro il faraone, contro il gran re. Gli ha piantato una scheggia nel cuore e lo ha tramutato in pietra. Per dieci volte gli ha mostrato la sua potenza e a noi, suo popolo prediletto, la sua benignità.

Mentre il mio bastone ticchetta contro le rocce marine, non posso evitare di guardare ciò che accade attorno a me. È notte e i lampi rischiarano la bruma a giorno. La creazione intera è venuta a osservare quanto mai veduto: l’uomo fiducioso che, guidato dal creatore, sfida gli abissi. Lo aveva affermato con forza: non abbiate paura, fortificatevi e tu e il popolo passerete sull’asciutto. E così sta avvenendo.

C’è un gran vento e i flutti turbinano sopra di noi.

Sento il canto del popolo tra le sue lingue taglienti. Esso porta fino a te la loro voce. Ti prego, ascolta! Questo è quanto possiamo fare per renderti onore! Gioisci in noi e noi gioiremo in te e nella tua grazia.

Oh, ci hanno trovati, odo il loro canto di guerra sin nel cuore del mar rosso. Sono venuti anch’essi a darti gloria? Sono qui per pentirsi? No, sono qui a motivo della scheggia nei loro cuori: sono qui a sfidarti con la loro forza che vale meno di nulla. Confidano nel numero, nelle armi. Noi non abbiamo nulla e presto ci raggiungeranno. Il mio corpo vacilla, la sabbia trema per il gran numero dei guerrieri, le bestie sono agitate e i bambini cercano riparo tra le braccia dei genitori. Anche io confesso di avere paura, ma sto saldo.

Noi non ci daremo alla fuga, noi aspetteremo la manifestazione della tua perfezione e vedremo compiersi i tuoi prodigi. Il tempo è giunto, lo percepisco chiaramente. Do ordine al popolo di affrettarsi.

C’è molta confusione. La paura cresce e le urla contagiano i più. Alcuni carri cominciano a rompersi, ad incagliarsi nel fondale. Lasciate i beni inutili! Prendete solo ciò che si può trasportare! Abbiate fiducia e vivrete; non siate increduli come gli egiziani. I carri e i cavalieri che vedete oggi non li vedrete più; periranno con il loro orgoglio e la vanagloria del loro signore. Abbiate solo fede nel vostro condottiero, colui che combatte per voi!

Il suono del corno diventa più forte, le mura d’acqua ne accrescono l’arroganza e rendono roco il suo eco. Ma dalla nostra parte ruggisce la voce dei mari. La brezza che soffia dietro di noi in un attimo diventa uragano. La mia tunica mi spinge indietro, eppure la mia mente e la mia anima mi danno la forza per proseguire. La salsedine mi brucia gli occhi, la pelle si secca e i capelli su cui si deposita diventano duri e irti come rovi. Faccio fatica a tenere gli occhi aperti, ma le orecchie sono attente a ciò che mi precede. Le colonne d’acqua cominciano a vacillare. La loro forza distruttrice è terribile.

La vita che custodisce è però calma e pacifica, nonostante il fragore della guerra.

Altri tuoni illuminano gigantesche creature, banchi di pesci e fortezze di corallo. Quanto è maestoso, quanto è elaborato! Potenza e bellezza. Vita e morte. Ed è proprio questo connubio eterno che crolla sopra gli uomini che non ti riconoscono. La schiuma si sparge dietro di noi, i cavalloni defluiscono e la testa del faraone perde la sua corona e il suo scettro. La scheggia dentro di lui lo rende ostinato, avanza nonostante sappia che le sue membra non sono che carne e ossa. La sua rovina è grande.

In un attimo, mentre noi corriamo sul fondale ancora asciutto, ci giungono le urla di disperazione dei nostri assalitori ridotti, un istante dopo, a miseri cadaveri. Non mi fermo, il mare avanza insieme a noi; dietro di noi, con calma.

Ci fa da protettore, in attesa che tocchiamo la riva. Manca poco per giungervi.

Ad un tratto, il vento si calma e il suono di una melodia mi giunge agli orecchi. è la melodia di arpe e flauti. Mi guardo intorno ma non vedo nessuno.

La melodia diventa più dolce e allora mi accorgo della presenza di alcune orme che mi precedono.

Chi è? Io sono alla testa del popolo eppure altre orme compaiono più avanti.

Oh… ora comprendo.

Chiedo perdono per la mia insignificanza, per il mio orgoglio. Alla testa del popolo non ci sono io…

Non sono io ad averlo liberato dalla schiavitù, ad aver aperto il mare, ad averlo fatto richiudere.

Io non sono che polvere, come tutti gli uomini, le donne e i bambini dietro di me.

Sono uno strumento inutile, una mano fiacca, una bocca che non sa parlare.

Ora mi sembra quasi di vederti. Di schiena, che avanzi sicuro, che sali sugli ultimi scogli e raggiungi la riva sul far del giorno. Ti vedo vicino, ma sei distante. Tanto lontano che pari irraggiungibile.

Ti prego, rallenta, fammi camminare più vicino a te!

Toglimi dagli occhi questa scheggia, che io possa vedere la tua maestà com’è realmente.

Concedimi la grazia di essere un servo utile, di vedere questo popolo moltiplicarsi e camminare con te, da vicino. La risposta è forte come la tua voce, più forte di quella del mare che si è appena richiuso dietro l’ultimo bambino, dietro l’ultimo paio di buoi.

Verrà quel momento… ma non oggi.

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