[MaglaxWriters] – “Spasmi di un prigioniero” di Luca Giovagnola

sPASMI DI UN PRIGIONIERO COPSPASMI DI UN PRIGIONIERO

Luca Giovagnola

4 Novembre 1816, Chateau d’If ,Marsiglia*

La mia finestra si trova a Sud Ovest della rocca nera e scoscesa sulla quale s’infrangono i flutti e s’innalza la terribile fortezza, sono a Nord Ovest di Marsiglia. Tra il decimo e l’undicesimo rintocco delle campane la mia anima vola via da quella finestra, verso i miei cari ricordi. Scrivo per non dimenticare del tutto ciò che ero, questi scritti, parole, fazzoletti e ritagli di giornale che danzano intorno ad un fuoco che è brace ormai da tempo. Queste mura ormai sono diventate la mia vita e la poetica luce del tramonto, che proietta ombre nella cella non fa che ricordarmi quanto mi sia opprimente questa condizione. Sciocchi, ma credete davvero che non abbia avuto la possibilità di scegliere se far salpare la mia anima per questo purgatorio, o se restare a vivere? Sapevo i rischi del mestiere, li ho accettati e sono andato avanti. Ma non posso negare che la cosa mi ferisca, infatti sono sempre stato diviso tra il demone e l’uomo, e una volta lasciato il demone fuori da queste pareti è rimasto solo uno straccio d’uomo. Tutto ciò mi distrugge ogni giorno un po’ di più fino a rendermi una scheggia di ciò che ero. L’unica cosa che lenisce i miei dolori è il vento che ritorna ogni giorno e odora di salsedine ed entra dall’unica finestra che ho, ritorno alla mia terra, quando il vento spirava dal mare sui campi che venivano arati da tutte le famiglie assieme, le vecchie che portavano a stendere le lenzuola sui prati di margherite, lenzuola poi odorose di cenere e fiori, le donne con i loro corpetti sudati già facevano pregustare il loro frutto colto nei fienili il giorno della festa del raccolto, la spigolatura dei viandanti di ciò che resta nel campo, il finocchio selvatico e gli asparagi colti lungo le sponde dei fiumi, le castagne cotte sul fuoco d’inverno tra pentolone e brace, il vino fatto a settembre e lasciato per l’anno dopo, le ciliegie in primavera, rosse come le gote di mia sorella, lasciata bambina, che ritroverò nonna al mio funerale. Quando potevo uccidere giganti con la forza che avevo e prosciugare laghi interi per la sete che mi metteva quel gioco, ma questa è la forza della vita, anzi sono le schegge di vita più belle, quando si sta in prigione la forza, fosse anche di ricordare, pian piano svanisce, e di noi non resta altro che un corpo freddo come queste pareti, perché l’uomo è il suo passato, di me non restano altro che pezzi, frammenti di memoria senza i quali non posso vivere nel presente e perché farlo quando si è arrivati al capolinea? Passato e futuro si confondono nella mia mente, non distinguo più se sono qui da un anno o da un secolo, la memoria mi aggredisce con spazi vuoti, ma non ho la coscienza sporca. Come una donna che spogliandosi mostra la sua vera natura, così la memoria sfilacciandosi mostra se un’anima è angosciata o placida, ed io non ho rimpianti, vorrei solo che questo tedio finisse in fretta. Nel colore pallido della pelle che ancor più si scolora per noi che viviamo nel buio e nel silenzio, nell’ombra come topi che aspettano la venuta di un sole che mai più verrà. Molti perdono la speranza, pregano solo la morte e vivono accasciati, lasciandosi piovere tutto addosso, attaccati al freddo glaciale delle pareti, che ardono la pelle come fuoco vivo. Qui è il suono imperterrito della goccia che cade dal soffitto, è come un metronomo batte il tempo che passa nella mia prigione, chiamo le mie mani, le mie due rose perché piagate, fioriscono ogni giorno nel tentativo di rodere quelle sbarre e quel terreno, le distruggo contro di loro con tutta la forza, finché non mi fermo o non guadagno l’infermeria. Odio il fatto che questo posto sopravviverà a tutto il mio dolore, così inerte ed immobile, resterà immutato col mio teschio ridente ed intatto sopra il pavimento. La mia era solo un’idea di giovinezza messa a marcire dietro una grata e delle sbarre perché purtroppo a questo mondo tutto costa e la vita non fa sconti. Guadagnai questo cubicolo e persi tutto in una scommessa con Dio: un uomo m’aveva sfidato alle pistole per la mano d’una fanciulla, c’incontrammo fuori città, sparai per primo e lo uccisi, vincendo l’incontro. Ahimè! Sopravvissi solo per cadere in una trappola tesami da altri mariti che odiavano la mia bellezza che piaceva tanto alle loro figlie e alle loro mogli, e la mia felicità, che loro non avevano mai provato in giovane età a causa di una vita tanto morigerata. Così finii nelle mani di gendarmi che mi aspettavano con la carrozza pronta sulla strada del ritorno. Il giudice trovò attenuanti nel fatto che il duello fosse un’istituzione piuttosto praticata nelle alte sfere della società e non poteva essere punita con l’esecuzione sulla pubblica piazza – avrebbe sfigurato di fronte ai suoi amici nel punire così severamente un uomo che si era avvalso di quella nobile usanza, così optò per la prigione a vita, nascosto ai miei cari e ai suoi amici. Domando al giudice che mi ha condannato: “Giudice, che non sarebbe stato meglio farmi uccidere con una pallottola il giorno dopo il verdetto, piuttosto che lasciarmi morire qua dentro?!” Ed ora resto qui a marcire, guardando il mio corpo in sfacelo, la mia vita che va in pezzi come la brocca che ho lanciato per terra, ora è diventata solo un mucchio d’inutili schegge sparse sul pavimento. Quei frammenti che riflettono il mio destino, che hanno come unico fine quello di essere buttate nel lerciume e sono lo specchio della mia vita. Avremo il medesimo destino: morire.

*In realtà il nostro prigioniero sarà tale solo fino al 1848, quando tutti i prigionieri del Castello d’If saranno liberati in seguito alla destituzione del re di Francia.

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