[recensioni] – Numeri a perdere, di Riccardo Gavioso

bannerCare lettrici e cari lettori, oggi voglio parlarvi di un libro che consiglio a tutti.

Si tratta di…  “Numeri a Perdere” di Riccardo Gavioso

copertina libro r. gaviosoTitolo: Numeri a perdere – Autore: Riccardo Gavioso – Editore: Arpeggio Libero, 2014 – Pagine: 114 – Prezzo: 12 euro – Acquistalo qui: Arpeggio Libero  o su ibs

 

Decidere di pubblicare un libro di racconti brevi e articoli giornalistici, non è scelta facile ma, anzi, atipica e assolutamente in controtendenza. Ancora di più se il contenuto degli scritti è di tipo sociale e affronta temi scottanti, con i quali la nostra società stenta a fare i conti e ad analizzarsi sul serio per trovare delle soluzioni concrete. Nascondere la polvere sotto il tappeto è il modo migliore per far finta di niente. E invece l’autore punta i fari proprio su questi temi scomodi, e lo fa con un’ottima capacità di analisi e di fare informazione.

La prefazione, un’accusa senza retorica nei confronti del giornalismo televisivo dedito ormai solo a fare sensazionalismo senza realmente informare, fa da elemento portante a tutto il suo lavoro.

“Quanto alla strage di Beslan, gli avvoltoi come potevano lasciarsi sfuggire tutti quei martoriati corpi di bambini… infatti hanno indugiato a lungo, anche se nessuno vi ha spiegato che partendo dagli zar, passando per baffone, per arrivare agli eredi di baffone, lo sport preferito dei governanti Russi è stato il massacro e la deportazione dei Ceceni (…) A Beslan non è stato fatto del giornalismo, nemmeno quello pessimo. Si è andati a zonzo in caccia della bambolina insanguinata che, come ‘Bertolini’, fa lievitare tirature e ascolti.”

Il testo d’introduzione, tratto da alcuni passaggi della famosa canzone Cyrano di Francesco Guccini, rende chiaro quale sia l’intento dello scrittore:

“venite pure avanti, / voi con il naso corto, / signori imbellettati, / io più non vi sopporto / infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio / perché con questa spada / vi uccido quando voglio. / facciamola finita, / venite tutti avanti / nuovi protagonisti, / politici rampanti; / venite portaborse, / ruffiani e mezze calze, / feroci conduttori / di trasmissioni false / che avete spesso fatto / del qualunquismo un arte; / coraggio liberisti, / buttate giù le carte / tanto ci sarà sempre / chi pagherà le spese / in questo benedetto / assurdo bel paese. / non me ne frega niente / se anch’io sono sbagliato, / spiacere e’ il mio piacere, / io amo essere odiato; / coi furbi e i prepotenti / da sempre mi balocco / e al fin della licenza / io non perdono e tocco.”

 Il volume, come ho già anticipato, è composto da articoli di taglio giornalistico che vanno a illustrare le varie realtà seguiti, o a volte anticipati, da racconti brevi utili a trascinare il lettore dentro la notizia.

Qui l’autore condue chi legge dentro spaccati di vita vera e non lo fa mai in modo prepotente e coercitivo, ma sempre con assoluta delicatezza e con la grande sensibilità di chi sa di stare accompagnando i lettori, un passo dopo l’altro, a sprofondare in realtà terrificanti: fatte di dolore cupo e pieno di rabbia, quello cioè che nasce di fronte alle ingiustizie.

Così anche io, legata a questo muto patto di fiducia verso lo scrittore, mi sono addentrata tra le pagine di questi orrori, orrori generati dalla nostra attuale società: le incoerenze, la mancanza di valori, la ricerca del profitto a tutti i costi. E quando ne sono uscita mi sono ritrovata cambiata dentro, nel modo di vedere, di sentire, di riflettere. Tra tutti i racconti tre sono quelli che mi hanno colpita di più: L’angelo, Propensione per le tempeste e 5 Panetti di burro.

Con uno stile ricercato e limpido, e un modo di dare le informazioni chiaro e schietto, l’autore ci apre le porte e ci conduce, con dovizia di informazioni e particolari giornalistici sconosciuti ai più, dentro la realtà dei meninos de rua (i bambini di strada brasiliani) o nel breve attimo che precede lo scoppio della bomba atomica a Hiroshima e che, in pochi secondi, cancellò tutto: esistenze, emozioni, colori

“un rumore era parso rimbalzare sulla cerchia di colline che chiudeva la città. Ma era così tenue: il male ama il frastuono, il Male Necessario preferisce sussurrare all’orecchio”.

Un male che per le due città nipponiche venne dal cielo e portò morte e distruzione, senza instillare però alcun rimpianto da parte del pilota che sganciò la bomba, Paul Tibbets.

Nelle pagine successive lo scrittore ci fa precipitare nella montagna di rifiuti e di uomini e donne e bambini disperati che, quotidianamente, si aggirano tra liquami e immondizia, a Payatas, alla ricerca di qualcosa di utile alla loro sopravvivenza. Riccardo Gavioso ci regala anche pagine di condanna sociale per la violenza sulle donne

“E’ utile che oggi molti uomini facciano un esame di coscienza, che ripensino al loro atteggiamento nei confronti di mogli, figlie e compagne. E soprattutto si rendano conto che, anche se girano con tre cellulari in tasca, seguiti e guidati da un satellite, il medioevo è dietro l’angolo”.

Poi, sempre con tocco delicato e sensibilità, ci porta in Argentina, accanto alle donne di Plaza De Mayo, che ancora aspettano giustizia. L’autore ci racconta anche del valore filosofico di una partita di scacchi e come questa può essere la genesi di una sconfitta più grande, quella della vita. E ancora, ci illustra la coraggiosa resistenza di un anziano professore, la cui ribellione viene soffocata da un regime in cui la libertà d’espressione è solo un contenitore vuoto. Qui ho trovato un passaggio d’accusa molto forte e, purtroppo, vero. Il poliziotto, rivolto al professore, dice parole al vetriolo con una rassegnazione sconcertante:

“Lei ha svolto in modo irreprensibile le mansioni affidatele: un’esemplare eccezione in un paese che, nonostante tutti gli sforzi, continua a dare saggi d’inefficienza burocratica. Lei ha insegnato storia e ama la letteratura, e lei m’insegna che i totalitarismi hanno avuto lunga vita quando hanno potuto contare su un dissenso autorevole e consitente. Su una valvola che, dando libero sfogo alla pressione popolare, eviti eccessivi accumuli di violenza e consenta al locomotore di viaggiare sicuro trascinandosi dietro il paese.”

Il nostro viaggio prosegue in una regione appestata e distrutta dalla mafia, dove interessi economici rovinano un intero ecosistema e dove Gavioso punta i riflettori sull’incapacità di questa nostra società, che si atteggia a sociale e multietnica, ma che è invece incapace di una vera civile inclusione con la diversità. Ne sono esempi i racconti Senza filtro e Non c’è problema, vi condanno io!: il primo finisce relativamente bene, con un allontanamento rassegnato, il secondo si conclude invece in modo tragico, con un lancio dal quarto piano del giovane Matteo. Nel primo racconto un passaggio mi ha molto colpita: è la riflessione che la vecchia zingara fa di fronte alle scuse della giovane italiana che, dopo tanto tempo, è andata a cercare Anja, piena di rimorso per essersi adeguata a ciò che gli altri si aspettavano da lei (il ripudio della sua amicizia con la giovane studentessa rom). La vecchia, di fronte al senso di colpa della ragazza riesce a pronunciare una frase che va oltre la rabbia e la rassegnazione, una frase di luce di speranza, che tutti dovremmo essere capaci di mettere in pratica, l’anziana dice infatti che

“non sempre possiamo evitare di fare del male agli altri, che non sempre possiamo rimediare al male che abbiamo fatto, ma, se lo riconosciamo come tale, è il male a fare del bene a noi…”

poi, invita la giovane a

“tornare a trovarla…”

Qual è, quindi, il vero senso di una società fondata sui valori della cultura? Quello che ci fa arroccare di fronte alle nostre consuetudini, in difesa contro chi è diverso… oppure quello che porta a dire a un’anziana analfabeta parole di perdono e saggezza nei confronti di chi le ha fatto del male?

L’autore ci catapulta poi nella sporcizia del mondo, portandoci nella sfavillante Usa, per scoprire quanto la vita di un uomo conti meno della sua assicurazione. Affronta i valori dell’educazione, della libertà, della solitudine, della disperazione per una vita persa e rinnegata da senza tetto.

In un racconto breve ma potente come uno schiaffo, ci narra come in un paese in guerra di terra d’Africa, l’esistenza dei bambini sia fatta solo di morte e violenza: è la vita dei bambini-soldato, utilizzati dai regimi dittatoriali e dalle forze paramilitari come armi di guerra, con il valore della loro vita pari a zero. Come appena poco più di 5 panetti di burro vale la vita di un giovane intellettuale russo, confinato ai lavori forzati nel Gulag.

Vi segnalo alcuni stralci del libro, oltre a quelli che vi ho illustrato fin qui, perché li ho trovati interessanti e che mi sono appuntata proprio per voi:

“Molti di noi sono genitori, molti sono buoni genitori e persone sensibili. So che molti, alla fine di quest’articolo, si chiederanno cosa avrebbe fatto il proprio figlio se si fosse trovato su quel marciapiede con un telefonino in mano. Sono quasi certi di saperlo, e probabilmente hanno ragione, ma questa non è un’epoca di certezze…”

 “Qual è il valore di una vita, non è domanda cui sia facile rispondere. Il valore di una vita dovrebbe essere molto elevato. L’uomo può produrre la vita… può estrarre quintali d’oro, costruire decine di case o dipingere centinaia di capolavori, se è stato scelto dal talento. Questa semplice dimostrazione dovrebbe portarci a concludere che la vita è il bene più prezioso, e che il suo valore sia troppo elevato da quantificare. Ma le cose non stanno esattamente così. Per esempio nel Darfur, e in quasi tutta l’Africa, una vita umana non vale nemmeno i dieci dollari di un kit per le vaccinazioni…”

 [poliziotto] – “Lei è un idealista, professore, io non lo sono… Certo, persone come lei sono belle da guardare e suggestive da narrare, ma non servono… non servono. Lei è un uomo che se si ritrovasse tra le mani quattro mattoni e un paio d’ore di tempo, inizierebbe a costruire una cattedrale; io le metterei in un quadrato, accenderei un fuocherello e ci arrostirei sopra qualcosa… La vita è così breve, professore.”

[professore] – “Io poserò i miei quattro mattoni, e a chi raccoglierà la cazzuola ne resteranno quattro in meno da posare… è già molto, mi creda…”

“Numeri a perdere” è un libro certamente fuori dai canoni commerciali ma assolutamente da leggere per l’indubbio valore letterario dello stesso e anche per un motivo in più: rendere onore alla scelta coraggiosa dell’autore e del suo editore. Vi invito a leggerlo!

Se volete scoprire di più su questo bravo autore, cliccate qui

∼ Loriana ∼

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