[MaglaxWriters] – “Il pianeta della dea Myka” di Valerio Vozza

IL PIANETA DELLA DEA MYKA COPIl pianeta della dea Myka

Valerio Vozza

La dea Myka, ancora fanciulla, era solita addobbare il suo piccolo albero di Natale con dei pianeti. La Terra era tra tutte le sfere quella che preferiva: colorata per tre quarti con i colori azzurri dell’acqua e il resto di quelli della roccia. Per errore il pianeta era caduto e si era rotto in mille schegge appuntite. I genitori della bambina la vedevano triste e decisero di accompagnarla fino alla Via Lattea, in un sistema stellare in formazione, dove la Terra si potesse di nuovo ricostruire.

Ma ciò non è riuscito alla perfezione, la nuova Terra ha le ammaccature della precedente, infatti, è ancora tappezzata da spigolose montagne e l’oceano si prolunga verso le terre emerse per mezzo di schegge d’acqua che gli abitanti, i terrestri, chiamano fiumi. Anche loro ricordano la forma delle schegge: grandi poco meno di 2 metri si sviluppano prevalentemente lungo la verticale e assomigliano a schegge di acqua e carbonio. Le loro case misurano la grandezza dei loro cuori: schegge di centinaia di tipi diversi di materiali si innalzano dal terreno con la folle ambizione di grattare il cielo per farsi notare dalla dea Myka ed essere così riammessi sull’albero di Natale. I loro interessi, invece, misurano la profondità del loro Universo, rispetto a quello della loro dea: gli abitanti della Terra amano dividersi in continenti, stati, regioni, provincie, comuni, quartieri, condomini, scale, interni e stanze. Ognuno è diviso dagli altri, come se abitasse in schegge infinitesime separate. Essi sono pronti a tutto per rubare un pezzo della scheggia altrui in spietate guerre, ma sono altrettanto incapaci di condividere assieme le risorse del loro pianeta divisi come sono.

Anche il cuore e la mente dei terresti sono separate: se la prima è già in aria, che quasi si appresta ad atterrare paga del suo volo, la seconda è ancora in terra, mai soddisfatta, a spiccare voli in continuazione. Così l’orbita di un abitante della Terra non assomiglia per niente al semplice circolo che compie il pianeta per interazione gravitazionale: la prima è determinata da complesse forze che portano i terrestri verso l’essere che è stato al loro fianco durante la spaccatura del pianeta, per completarsi a vicenda e poter così far spiccare il volo alla mente di entrambi affinché possano prendere i loro cuori e atterrare felicemente oltre ogni difficoltà.

Così ho visto un soldato keniota cercare per tutta la vita di viaggiare nel tempo per incontrare una sacerdotessa Inca e una pittrice americana cercare addirittura la compagnia un imperatore romano…

L’anima dei terrestri è capace di comprendere il fascino dell’infinito mondo degli dei, ma questi ne sono esclusi, dato che vivono nel pianeta dei frammenti: scienziati progettano pianeti cavi incapaci di essere realizzati per mancanza di materia, scrittori immaginano mondi distanti decine di parsec, incapaci di essere raggiunti per mancanza di tempo nelle loro vite, artisti immaginano geometrie incapaci di esistere per mancanza di spazio e di dimensioni presenti nella loro realtà. Tutti incapaci di vivere nel mondo infinito di Myka.

L’insieme delle possibilità per un terrestre di incontrarsi con i loro simili ha la stessa cardinalità degli elementi di un intorno aperto dei numeri reali e come quest’ultimo è limitato. Ad esempio, ho osservato che il settore dei matematici e quello dei guerrieri sono mischiati con gli altri. Una sera nel Queenland meridionale, mentre ero insieme a un gruppo di aborigeni australiani, ho espresso questa preghiera agli dei: “Forse Archimede non potrà incontrare Newton, né Giulio Cesare potrà aiutare Napoleone a Wateloo, ma almeno il proprio compagno, quello che era a lui più vicino, quello che cercano con più insistenza, fate in modo che si incontrino.” Allora, in una taverna di Parigi ai tempi del Re Sole, cinque secoli prima, una prostituta fiamminga fu eletta per potermi parlare dalla dea Myka oramai adolescente:

“Lo spazio delle fasi e la bontà degli dei sono più ampie dell’intero universo. Ho ascoltato la tua richiesta e insieme alle altre divinità decreto, dall’inizio dei tempi e per sempre, che gli abitanti della Terra saranno separati per coppie nelle loro schegge, così da avere diritto a un compagno. Ma l’istante che nasceranno sarà diverso dall’istante del loro incontro, così, quando gli abitanti della Terra scopriranno che il destino, ovvero io, ha riservato nelle loro vite una scheggia del mio mondo me ne saranno grati e non lo sprecheranno come tutto il resto della loro esistenza.”

Non ho osservato nessun cambiamento nella storia dei terrestri, tranne che coppie di abitanti hanno iniziato a toccarsi le labbra tra i punti di contatto delle schegge. Forse è solo un timido tentativo di abbracciarsi per provare a fondere la propria scheggia con quella dell’altro. E forse, chi lo sa, se non succede questo nell’intimità.

Mi sono poi domandato: “Perché non ho ancora incontrato chi mi spettava?” Ero su una spiaggia tra l’equatore e il tropico del Capricorno, all’inizio del terzo millennio e ho rincontrato questa volta di persona la dea Myka, divenuta una giovane donna.

“Tu mi hai chiesto di portare un po’ di divinità su questo pianeta e io ora ti chiedo di portare un po’ della vita della Terra in me, che amo questo pianeta così tanto”. Così lei mi ha baciato ed è divenuta mortale.

Dei tanti pianeti uniformi dell’Universo questo è il solo abitato. Due saranno i possibili destini dei suoi abitanti. Il primo è che questi, costruendo torri sempre più alte e non accorgendosi che la loro dea e già sul pianeta, si ritroveranno, un giorno, schiacciati dalle macerie di questi edifici, crollati al suolo. Il secondo è che, ad ascoltare i loro desideri, essi scopriranno che ogni scheggia, a furia di rubare frammenti altrui non è diversa dalla propria e che in ognuna di esse possono trovare tutto ciò di cui hanno bisogno, come in un intorno aperto di un numero reale.

[MaglaxWriters] – “Rimembranze” di Fausto Pirrello

RIMEMBRANZE COPRimembranze

Fausto Pirrello

Accarezzo questo rigonfiamento sotto pelle come fosse la cosa più cara che ho.

Poco importa la scossa di dolore che provo allo sfiorare delle dita, ho sempre rifiutato di farmi rimuovere questo corpo estraneo sottocutaneo.

Il mio sistema immunitario aveva inizialmente cercato di rigettarlo, di cacciare quest’ospite indesiderato.

In seguito il mio corpo si è rassegnato, lo ha accettato anche se non del tutto.

Il liquido che circonda questa reliquia di un avvenimento passato è il modo che hanno le mie membra di dire “sei dentro di me, ma non sei parte di me”.

Ogni tanto, dopo un lungo periodo in cui magari riesco a non pensare a quel giorno, basta una fortuita leggera pressione sull’escrenza e il dolore riporta tutto alla mente.

Non importa quanto in fondo tu seppellisca un ricordo, fosse anche sotto pelle, basta che tu lo sfiori e sentirai nuovamente il dolore.

Nulla si crea, nulla si distrugge… tutto si ricorda.

 

 

Il tutto nei miei ricordi si svolge alla velocità della luce.

Curioso, dato che si parla del giorno in cui ci fu l’eclissi, e il fulcro era proprio l’assenza di luce.

 

“Venite a casa mia per vedere lo spettacolo” recitava il messaggio.

 

Io arrivai qualche minuto prima degli altri.

La porta era stata lasciata aperta per consentirci di entrare.

Faceva sempre così.

Curioso, dato che lui non lasciava mai entrare nessuno dentro di sé.

 

Lo trovai chino sul tavolo da lavoro.

Senza neanche salutarmi iniziò il suo monologo.

Ricordo ancora benissimo quasi tutte le sue parole, e quando ho qualche difficoltà di memoria sfioro l’escrescenza.

 

 

“A volte ho l’impressione che la mia vita sia volata, veloce come una scheggia.

Contando anche gli anni bisestili ho visto il sole sorgere undicimila volte.

È l’unica certezza che si ha sempre, e ora questa eclissi imminente mi ha insegnato a non dare per scontato neppure il sole.

È sempre stato là e ora ho paura di non averne goduto abbastanza.

So già che in quei pochi minuti di buio rimpiangerò di non aver sfruttato a pieno gli anni di luce.

Ma l’uomo che si accorge di quello che aveva solo quando l’ha perso è una storia vecchia quanto l’universo.

Quante donne avrei sposato solo dopo che con loro era finita.

Non sono mai diventato un marito dopo aver detto sì, ma ho contratto matrimonio un sacco di volte dopo aver detto addio.

E sai che ti dico? Donne e universo non sono cose poi così diverse.

Con entrambe quando esprimi il massimo sforzo per arrivare alla conquista, puoi star certo di ricevere un sonoro rifiuto.

Attratti solamente dall’indifferenza.

L’universo è una puttanella e puoi conquistarti i suoi favori solo fingendo che non te ne freghi niente.”

 

Nel mentre maneggiava uno zainetto, solo che invece di metterselo sulla schiena, lo posizionò davanti.

Sembrava una donna incinta, solo che quando diceva “parto” intendeva un’altra cosa.

 

“E se fosse tutto causa del mio vivere veloce?

Ho passato gran parte del mio tempo a studiare per aver di cosa vivere, accorgendomi solo ora che non ho cosa vivere e neppure con chi farlo.

Passi la vita a cercare il posto fisso, quando l’unica cosa che vuoi è perderti in qualcuno.

 

Ho speso gran parte del mio tempo a costruirmi una morale, un codice di comportamento che mi indirizzasse in tutte le  mie scelte, una guida per le strade da intraprendere.

E ora non ho nessun compagno di viaggio.

Passi la vita a cercare di diventare un uomo tutto di un pezzo, quando l’unica cosa che vuoi è lasciare negli altri un pezzo di te.

 

Ho provato più volte a cambiare città per darmi una scossa, ma i demoni non hanno fissa dimora, sono dei bagagli che ti porti dietro e che appesantiscono il tuo viaggio.

E quando ogni sera che torni a casa sono gli unici ad aspettarti, cominci ad apprezzare la loro compagnia.

Passi tutta la vita a cercare quattro mura dove vivere, quando l’unica cosa che vuoi è abbattere i muri degli altri.”

 

Lo vedevo armeggiare col cellulare.

Solo che quando diceva di volerci mandare un “messaggio” intendeva un’altra cosa.

 

“Sai  sono diverse le leggende antiche che spiegano l’eclissi.

I Vichinghi immaginavano una coppia di cani celesti che inseguivano Sole e Luna per poterla mordere: quando uno dei due ci riusciva, ecco che si verificava l’eclissi.

In Vietnam erano una rana o un rospo a divorare il Sole o la Luna.

In cinese, la parola più antica per descrivere l’eclissi è “shih”, che significa ‘mangiare’.

È  incredibile come anche quando si guardino le stelle non si riesca ad andare oltre il proprio stomaco.”

 

I suoi toni cominciavano a infervorarsi.

Solo che quando diceva di “accendersi” intendeva un’altra cosa.

 

“Sai qual è l’unico punto dell’universo dal quale non puoi vedere la Terra? Dal pianeta Terra.

E ciò mi ha fatto pensare.

Ho cominciato a guardare le cose da lontano e non più dall’epicentro dove accadevano.

E il vuoto che sento dentro non è altro che lo specchio del vuoto che lascio nelle persone.

Quello che ci dà una forma completa non è che l’insieme di pezzi che lasciamo negli altri.

Siamo mosaici.”

 

L’eclissi era entrata nel pieno.

Gli altri erano appena arrivati.

La città, tra chi guardava lo spettacolo e chi non aveva ancora avuto il tempo di accendere la luce, era immersa nell’oscurità.

Rivolto a tutti disse.

 

“Per una volta sarò quelli che tutti guardano.

L’unica luce nel buio.

Il sole ci ha traditi, ma ci sono io a splendere per voi.

Non avrò mai più dubbi di aver lasciato qualcosa di me in voi.

Ma non lo faccio solo per me, d’ora in poi ogni volta che vi mancherò vi basterà rivedervi tutti assieme.

Vi regalo un motivo per restare assieme.

Mi disintegro per creare unione.”

 

Una fortissima luce prese il posto del nostro amico, il boato che ci rese sordi per un po’ ci evitò la fatica di trovare qualcosa da dire.

L’inutile sforzo dell’urlare.

Quando diceva che avrebbe “brillato” intendeva un’altra cosa.

 

 

[MaglaxWriters] – “Caleidoscopio” di Simone Piani

CALEIDOSCOPIO copCALEIDOSCOPIO

di Simone Piani

I Frammento

Strinsi tra le mani un ramo, non avevo idea se fosse di platano oppure di castagno, ero nel folto del bosco e non m’intendevo di dendrologia. Non era che un pezzo di legno, un insieme di fibre e cellulosa. Ne osservai le pieghe della corteccia, gli incavi invisibili, le trame irregolari e le cento e più sfumature che ne variavano la superficie.

Visto così sembrava solido, quasi un albero in miniatura. Cercava forse di mostrarsi per come non era: fragile. Restava silenzioso e si faceva osservare. Una volta era parte di qualcosa di molto più grande, ma era caduto, aveva perso il suo sostegno; per molti giorni era rimasto sdraiato pesantemente per terra, inerte.

Alzai il bastone al cielo, un’estremità salda tra le dita, l’altra puntata versole nuvole come un parafulmine. Lo lanciai. La sua traiettoria a parabola, rapida, immediata, fu come uno squarcio, una ferita nell’aria. Ci fu uno schianto sordo e il legno si spaccò. Le schegge del ramo partirono in tutte le direzioni. Nessuna possibilità, l’interezza si era divisa, l’unità si era spezzata.

Un segno bianco sulla pietra contro cui il legno aveva terminato il suo volo era l’unico ricordo rimasto.

II Frammento

Tardo pomeriggio, mi preparavo per esibirmi in piazza, pubblicamente. Amavo fare così in quel periodo. Niente teatri sfarzosi, niente palcoscenici, non volevo sentire alcuna distanza da chi avrebbe assistito al mio spettacolo.

Una ragazza sui quindici anni appoggiata ad una panca osservava i miei movimenti con poca attenzione; fumava chiacchierando con un’amica che pareva non ascoltarla. Una coppia sottobraccio camminava in direzione di una gelateria artigianale: ridevano sereni.

Ora la gente iniziava a radunarsi curiosa attorno a me. Poco prima le persone attraversavano la via, immerse nei loro pensieri o impegnate in lunghe discussioni. Sul volto di ognuna di esse vedevo una maschera. Una maschera simile a quella che indossavo quando recitavo la mia parte; una maschera grazie alla quale permettevo alla macchina teatrale di proseguire il suo delirio di finzione.

Una donna sulla quarantina passò con coraggio in mezzo al vuoto rimasto tra me e la folla; una presenza fugace, intuibile solo dal fruscio lieve della sua giacca e da quel profumo di rose e cannella.

In fondo era anche lei un’attrice come me.

Allargai platealmente le braccia verso il pubblico e iniziai.

III Frammento

Mi rimisi in cammino calpestando le foglie per terra, incurante della vita che scorreva al di sotto dei miei passi. Laggiù, laggiù oltre il bosco da qualche parte stava l’altra parte di me. O meglio tutto quello che di me avevo disperso.

Un respiro profondo. Ora o mai più.

Scattai in avanti, attivando le fibre che costituivano i miei muscoli. Sincronizzai le braccia e le gambe per facilitare l’equilibrio, dosai il respiro per mantenere le forze ed ossigenare meglio il sangue.

Correvo rapido. Spingevo il terreno sotto di me.

Il bosco era alle spalle, già lontano. Sentivo la fatica, e la affrontavo. Correvo. Dovevo arrivare dall’altra parte. Fendevo l’aria cercando di ridurre la resistenza al minimo.

Il cuore pulsava, sempre più intensamente. Ora iniziava a premere contro il petto. Ora risaliva il gusto di saliva ferrosa, ora il sudore mi pungeva gli occhi, ora il sangue impazzava nelle vene.

Io, o meglio tutto ciò che di me avevo disperso era a pochi metri di distanza.

E di colpo, repentino, un muro invisibile arrestò la mia corsa. Inevitabilmente mi schiantai. L’impatto venne assorbito dalle ossa, la maggior parte delle quali si spezzarono, si sbriciolarono. Il mio fragile corpo s’infranse, come un ramo abbattuto su una pietra. Caddi a terra, esanime. Ciò che di me avevo disperso avrebbe continuato ad attendermi troppo lontano.

Mi sveglio.

Ma non apro gli occhi, non posso. Costretto così da ormai dieci anni. Fuori nessuno sa, fuori nessuno sente. Solo ogni tanto qualcuno spera. La speranza di chi non sa accettare. Tutti recitano la loro parte, qui vicino a me. Non voglio dire che non siano sinceri, tutt’altro. E’ solo che non possono fare a meno di vivere quel ruolo, di essere coerenti alla loro parte: qualcuno è seduto con le braccia conserte, osserva il mio respiro meccanico. Qualcuno mi parla, ma non lo sento. Qualcuno ancora passeggia per la stanza e pensa, forse ricorda.

Una volta anche io ero così. Recitavo in teatro. Ero bravo, molto bravo. Mi mimetizzavo così bene che la gente non mi riconosceva più. Mostravo solo dei frammenti ma il pubblico era così persuaso dalla mia rappresentazione da credere che io fossi tale, da credere di riconoscermi in ciascuna di quelle schegge.

Allo stesso modo le persone recitano mostrando agli altri frammenti di sè e celando tutto il resto. E chi incrocia la loro strada, per più o meno tempo, non vedrà mai l’attore al completo ma solo il personaggio, costruito su una parziale messa in mostra di sè.

Lo capisco, certo. Finchè non si allarga lo sguardo, tutto può essere frainteso e la mente ingannata.

La realtà del resto è semplicemente, irrimediabilmente caleidoscopica.

Ho recitato in tanti spettacoli e ho amato gli applausi del pubblico.

Ora però mi sono perso. Così separato da me stesso da non ritrovare il punto di partenza, come un ramo caduto a terra e poi spezzato in tante parti.

Ho diviso il mio corpo e la mia mente, mi son mostrato ogni volta diverso; ora non so più se chi parla e chi pensa sia realmente io. Perso tra i miei frammenti. Nel momento in cui ho provato a liberarmi delle mie costruzioni mi sono infranto, come in corsa contro ad una barriera invisibile: i muri erano troppo alti, ed io troppo fragile.

Dite che sono in coma. Voi che non mi avete mai conosciuto realmente, giudicate solo quello che vedete, ancora una volta. Ma nonostante ciò staccate tutto questo macchinario che mi tiene in vita, non mi opporrò.

Lasciate che vi dica solo un’ultima cosa, il mio cameo prima di uscire dal palco: non siamo che schegge sparse di un caleidoscopio, e viviamo per ritrovarci ad una ad una.

[MaglaxWriters] – “Scheggia” di Daniele Imbornone

SCHEGGIA COPSCHEGGIA

Daniele Imbornone

I miei occhi sono immersi nella meraviglia. Alzo la testa e guardo le nubi accumularsi sopra le nostre teste.

Non le ho mai viste così colleriche e cupe; sembrano pece e, dentro di esse, si nasconde la brace divina.

I miei passi e quelli dei miei fratelli sono ancora insicuri e la strada è lunga; ma sanno che non devono temere. No… nemmeno con morte ai lati; nemmeno con le creature marine che ci osservano nascoste.

Devono avere solo fiducia e guardare avanti. La strada è sicura e diritta, proprio come le sue vie.

Siamo stati benedetti, nulla ci è mancato. E ora, ci apprestiamo ad abbandonare le nostre pene, attraversando le onde del mare coi piedi asciutti. Le ruote dei carri procedono a rilento e avverto i lamenti degli animali carichi di provviste, oro, argento e ogni oggetto prezioso fatto da mano d’uomo. Quanto bottino per indurci ad abbandonare la terra del gran fiume, martoriato dalle pieghe del nostro liberatore… Lui si è ricordato di noi! Ha udito le nostre grida d’afflizione e ha steso la mano contro il faraone, contro il gran re. Gli ha piantato una scheggia nel cuore e lo ha tramutato in pietra. Per dieci volte gli ha mostrato la sua potenza e a noi, suo popolo prediletto, la sua benignità.

Mentre il mio bastone ticchetta contro le rocce marine, non posso evitare di guardare ciò che accade attorno a me. È notte e i lampi rischiarano la bruma a giorno. La creazione intera è venuta a osservare quanto mai veduto: l’uomo fiducioso che, guidato dal creatore, sfida gli abissi. Lo aveva affermato con forza: non abbiate paura, fortificatevi e tu e il popolo passerete sull’asciutto. E così sta avvenendo.

C’è un gran vento e i flutti turbinano sopra di noi.

Sento il canto del popolo tra le sue lingue taglienti. Esso porta fino a te la loro voce. Ti prego, ascolta! Questo è quanto possiamo fare per renderti onore! Gioisci in noi e noi gioiremo in te e nella tua grazia.

Oh, ci hanno trovati, odo il loro canto di guerra sin nel cuore del mar rosso. Sono venuti anch’essi a darti gloria? Sono qui per pentirsi? No, sono qui a motivo della scheggia nei loro cuori: sono qui a sfidarti con la loro forza che vale meno di nulla. Confidano nel numero, nelle armi. Noi non abbiamo nulla e presto ci raggiungeranno. Il mio corpo vacilla, la sabbia trema per il gran numero dei guerrieri, le bestie sono agitate e i bambini cercano riparo tra le braccia dei genitori. Anche io confesso di avere paura, ma sto saldo.

Noi non ci daremo alla fuga, noi aspetteremo la manifestazione della tua perfezione e vedremo compiersi i tuoi prodigi. Il tempo è giunto, lo percepisco chiaramente. Do ordine al popolo di affrettarsi.

C’è molta confusione. La paura cresce e le urla contagiano i più. Alcuni carri cominciano a rompersi, ad incagliarsi nel fondale. Lasciate i beni inutili! Prendete solo ciò che si può trasportare! Abbiate fiducia e vivrete; non siate increduli come gli egiziani. I carri e i cavalieri che vedete oggi non li vedrete più; periranno con il loro orgoglio e la vanagloria del loro signore. Abbiate solo fede nel vostro condottiero, colui che combatte per voi!

Il suono del corno diventa più forte, le mura d’acqua ne accrescono l’arroganza e rendono roco il suo eco. Ma dalla nostra parte ruggisce la voce dei mari. La brezza che soffia dietro di noi in un attimo diventa uragano. La mia tunica mi spinge indietro, eppure la mia mente e la mia anima mi danno la forza per proseguire. La salsedine mi brucia gli occhi, la pelle si secca e i capelli su cui si deposita diventano duri e irti come rovi. Faccio fatica a tenere gli occhi aperti, ma le orecchie sono attente a ciò che mi precede. Le colonne d’acqua cominciano a vacillare. La loro forza distruttrice è terribile.

La vita che custodisce è però calma e pacifica, nonostante il fragore della guerra.

Altri tuoni illuminano gigantesche creature, banchi di pesci e fortezze di corallo. Quanto è maestoso, quanto è elaborato! Potenza e bellezza. Vita e morte. Ed è proprio questo connubio eterno che crolla sopra gli uomini che non ti riconoscono. La schiuma si sparge dietro di noi, i cavalloni defluiscono e la testa del faraone perde la sua corona e il suo scettro. La scheggia dentro di lui lo rende ostinato, avanza nonostante sappia che le sue membra non sono che carne e ossa. La sua rovina è grande.

In un attimo, mentre noi corriamo sul fondale ancora asciutto, ci giungono le urla di disperazione dei nostri assalitori ridotti, un istante dopo, a miseri cadaveri. Non mi fermo, il mare avanza insieme a noi; dietro di noi, con calma.

Ci fa da protettore, in attesa che tocchiamo la riva. Manca poco per giungervi.

Ad un tratto, il vento si calma e il suono di una melodia mi giunge agli orecchi. è la melodia di arpe e flauti. Mi guardo intorno ma non vedo nessuno.

La melodia diventa più dolce e allora mi accorgo della presenza di alcune orme che mi precedono.

Chi è? Io sono alla testa del popolo eppure altre orme compaiono più avanti.

Oh… ora comprendo.

Chiedo perdono per la mia insignificanza, per il mio orgoglio. Alla testa del popolo non ci sono io…

Non sono io ad averlo liberato dalla schiavitù, ad aver aperto il mare, ad averlo fatto richiudere.

Io non sono che polvere, come tutti gli uomini, le donne e i bambini dietro di me.

Sono uno strumento inutile, una mano fiacca, una bocca che non sa parlare.

Ora mi sembra quasi di vederti. Di schiena, che avanzi sicuro, che sali sugli ultimi scogli e raggiungi la riva sul far del giorno. Ti vedo vicino, ma sei distante. Tanto lontano che pari irraggiungibile.

Ti prego, rallenta, fammi camminare più vicino a te!

Toglimi dagli occhi questa scheggia, che io possa vedere la tua maestà com’è realmente.

Concedimi la grazia di essere un servo utile, di vedere questo popolo moltiplicarsi e camminare con te, da vicino. La risposta è forte come la tua voce, più forte di quella del mare che si è appena richiuso dietro l’ultimo bambino, dietro l’ultimo paio di buoi.

Verrà quel momento… ma non oggi.