[Letti per Voi] – La precarietà della vita in un romanzo | «Primule fuori stagione» di Luciana Pennino

Buon venerdì, carissim* e ben ritrovat*! 😀

Siamo arrivati in prossimità del fine settimana, che avete in programma di fare? Da me le previsioni del tempo danno pioggia, pertanto ne approfitterò per tapparmim in casa a leggere. (che programmino niente male, 😛 )

Voi?

Se avete appena chiuso le pagine di un libro e volete un consiglio per scegliere una nuova avventura di carta e inchiostro seguitemi, vi parlerò di un romanzo che unisce attualità, umorismo, osservazione sagace del mondo fuori e temi importanti. La vena ironica stempera l’angoscia del presente e vi strapperà più di un sorriso.

Curiosi? XD… È PRIMULE FUORI STAGIONE, di Luciana Pennino.


  • Titolo: «PRIMULE FUORI STAGIONE»
  • Autore: LUCIANA PENNINO
  • Editore: IUPPITER EDIZIONI
  • Anno: 2017
  • Formato: CARTACEO
  • Pagine: 164 pp.
  • Prezzo: 10.20 euro
  • Link acquisto

Il lettore rivive la storia di una donna che deve misurarsi con la vita e la sua imprevedibilità. In un mondo che ha reso la precarietà strutturale, la perdita del lavoro coincide con un limbo dove si smarrisce la propria collocazione sociale e personale. Così per la protagonista il tempo corre all’indietro a recuperare una lacerazione profonda nella quale l’esistenza sembra bloccarsi, ma nel contempo uno slancio vitale la trascina avanti ad assumere buio e luce: un binomio indissolubile. È l’ironia meditativa l’humus dove primule ostinatamente inaspettate possono nascere.


La mia recensione

I delicati temi della precarietà della vita, della mancanza di un futuro, del lavoro e del senso di improduttività che deriva dalla sua perdita grazie alla vena ironica di Luciana Pennino vengono trattati con il giusto equilibrio e una leggerezza che non ne stempera la gravità, ma ne rende godibile la lettura.

La storia? Dopo un inizio brillante, una carriera in ascesa in quel di Milano, la rottura burrascosa di un amore che sembrava dovesse durare tutta la vita, la nostra protagonista (che è poi l’io narrante della storia) si trasferisce a Napoli, sua città d’origine, per ricominciare. E lo fa in una piccola agenzia creativa che le offre stabilità e sicurezza. Vive così gli anni successivi fino a quando la solita routine viene spezzata dalla perdita del posto di lavoro.

A questo punto la donna, alle soglie dei cinquanta, si trova disoccupata, in una realtà lavorativa e professionale totalmente mutata rispetto al passato. Il lavoro non c’è, non si trova, le offerte serie scarseggiano e gli annunci di offerte di lavoro sono sibillini e lasciano presagire un nulla che è quasi definibile come sfruttamento.

Luciana Pennino descrive bene l’angoscia di chi vive la situazione precaria, l’insicurezza del domani, la spasmodica attesa di una risposta, le aspettative puntualmente disattese, la frustrazione di non trovare una soluzione perché qualsiasi cosa si faccia tutto rimane uguale. L’empasse è di quelle che toglie fiato, futuro e progetti; in cui ci si muove in una realtà che decide per lei, togliendotle individualità, entusiasmo, voglia di fare.

Il romanzo è narrato in prima persona come flusso di pensiero e la protagonista non ha nome, viene quindi facile identificarsi nelle sue vicende. Vicende di una donna con indole di sagace osservatrice del mondo esterno, capace di fare ritratti divertenti e ironici dei tanti personaggi che incrocia. La stessa ironia le è alleata quando dovrà affrontare il duro periodo di inattività lavorativa, i problemi per arrivare a fine mese, la ricerca infruttuosa di un nuovo impiego. Di carattere determinato e forte, pur se soggetta a ovvie fasi di scoramento, il personaggio femminile di questo romanzo ci offre un viaggio in un’esistenza fatta di alti e bassi, condita da incontri e situazioni che sarebbero paradossali se paradossalmente non risultassero fin troppo reali.

Lei infatti, troppo qualificata per lavori che permetterebbero di sbarcare il lunario e fin troppo adulta per rientrare tra i candidati a ricoprire ruoli di figure professionali rampanti e in ascesa, è incapace di accettare condizioni che farebbero impallidire anche i paesi del terzo mondo ma, al contempo, sarebbe in realtà disposta a tutto pur di avere nuovamente uno stipendio a fine mese. Nei colloqui che affronta e nelle selezioni che supera ci sfila davanti una carrellata di situazioni, personaggi e descrizioni che raccontano purtroppo l’Italia attuale, dove il futuro è davvero incerto e le offerte troppo poche per permettersi una scelta.

«Ma sperare non vuol dire attendere inerti eventi felici, che semmai non si produrranno mai.

Sperare è essere convinti di possedere determinazione e strumenti per riuscire a cambiare le condizioni infelici.

Dovrei rimpinzarmi di nuovo di sogni e di speranze, senza alcuna paura di ingrassare, e così riuscirei a vivere con più leggerezza e a sviluppare più difese immunitarie.»

Eppure, anche se all’inizio si deprime parecchio (e chi non sarebbe nella sua stessa situazione emotiva nel ritrovarsi senza un lavoro?) col tempo, ritrova energie, entusiasmo, progettualità.

Insomma, dal tunnel nero della depressione di inattività, dei conti che non tornano a fine mese, dell’incapacità di riuscire a dimostrare il proprio valore e nel trovare una nuova opportunità, si può uscire. O almeno, lei ce la fa e raggiunge un nuovo futuro. Una luce nuova sulla propria vita. Una vita che però, nel frattempo, è passata al setaccio della lente dell’analisi critica, alla ricerca di errori e scelte sbagliate.

Noi, da lettori, ci affianchiamo a lei a questo viaggio forse nel momento più difficile, accompagnandola fino all’epilogo finale con un sentimento di grande empatia.

Un piccolo appunto lo faccio ai vari refusi e alcune scelte di editing che ritengo discutibili ma su cui si può soprassedere. Tranquilli: la gradevolezza del testo e le divertenti descrizioni dell’Autrice vi coinvolgeranno a tal punto da arrivare presto all’ultima pagina e vi regaleranno ore di piacevole lettura.

Loriana Lucciarini

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[segnalazione | PER UN’ESTATE DI LIBRI] – «Primule fuori stagione» di Luciana Pennino

Buongiorno carissim* lettor* vacanzier*!

Sotto l’ombrellone oggi vi propongo la lettura di «Primule fuori stagione» di Luciana Pennino (Iuppiter edizioni)


Il lettore rivive la storia di una donna che deve misurarsi con la vita e la sua imprevedibilità. In un mondo che ha reso la precarietà strutturale, la perdita del lavoro coincide con un limbo dove si smarrisce la propria collocazione sociale e personale. Così per la protagonista il tempo corre all’indietro a recuperare una lacerazione profonda nella quale l’esistenza sembra bloccarsi, ma nel contempo uno slancio vitale la trascina avanti ad assumere buio e luce: un binomio indissolubile. È l’ironia meditativa l’humus dove primule ostinatamente inaspettate possono nascere.

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ESTRATTO DALLA RECESIONE DI UN LIBRAIO:

Primule fuori stagione è il primo romanzo della scrittrice napoletana Luciana Pennino. Il libro, racconta, in modo tragicomico, le vicende di una donna che a 45 anni si ritrova a Napoli, senza lavoro ed è costretta ad inventarsi una nuova vita. Da questa vicenda, il titolo Primule fuori stagione: la primula infatti, è un fiore che rappresenta i nuovi inizi, perché è il primo fiore a sbocciare dopo il lungo inverno. ” Comunque vada tra noi, vorrei che la primula rimanesse la tua pianta preferita…è il simbolo della rinascita, della speranza, dei nuovi inizi…” ( cit.)