[MaglaxWriters] – “Rimembranze” di Fausto Pirrello

RIMEMBRANZE COPRimembranze

Fausto Pirrello

Accarezzo questo rigonfiamento sotto pelle come fosse la cosa più cara che ho.

Poco importa la scossa di dolore che provo allo sfiorare delle dita, ho sempre rifiutato di farmi rimuovere questo corpo estraneo sottocutaneo.

Il mio sistema immunitario aveva inizialmente cercato di rigettarlo, di cacciare quest’ospite indesiderato.

In seguito il mio corpo si è rassegnato, lo ha accettato anche se non del tutto.

Il liquido che circonda questa reliquia di un avvenimento passato è il modo che hanno le mie membra di dire “sei dentro di me, ma non sei parte di me”.

Ogni tanto, dopo un lungo periodo in cui magari riesco a non pensare a quel giorno, basta una fortuita leggera pressione sull’escrenza e il dolore riporta tutto alla mente.

Non importa quanto in fondo tu seppellisca un ricordo, fosse anche sotto pelle, basta che tu lo sfiori e sentirai nuovamente il dolore.

Nulla si crea, nulla si distrugge… tutto si ricorda.

 

 

Il tutto nei miei ricordi si svolge alla velocità della luce.

Curioso, dato che si parla del giorno in cui ci fu l’eclissi, e il fulcro era proprio l’assenza di luce.

 

“Venite a casa mia per vedere lo spettacolo” recitava il messaggio.

 

Io arrivai qualche minuto prima degli altri.

La porta era stata lasciata aperta per consentirci di entrare.

Faceva sempre così.

Curioso, dato che lui non lasciava mai entrare nessuno dentro di sé.

 

Lo trovai chino sul tavolo da lavoro.

Senza neanche salutarmi iniziò il suo monologo.

Ricordo ancora benissimo quasi tutte le sue parole, e quando ho qualche difficoltà di memoria sfioro l’escrescenza.

 

 

“A volte ho l’impressione che la mia vita sia volata, veloce come una scheggia.

Contando anche gli anni bisestili ho visto il sole sorgere undicimila volte.

È l’unica certezza che si ha sempre, e ora questa eclissi imminente mi ha insegnato a non dare per scontato neppure il sole.

È sempre stato là e ora ho paura di non averne goduto abbastanza.

So già che in quei pochi minuti di buio rimpiangerò di non aver sfruttato a pieno gli anni di luce.

Ma l’uomo che si accorge di quello che aveva solo quando l’ha perso è una storia vecchia quanto l’universo.

Quante donne avrei sposato solo dopo che con loro era finita.

Non sono mai diventato un marito dopo aver detto sì, ma ho contratto matrimonio un sacco di volte dopo aver detto addio.

E sai che ti dico? Donne e universo non sono cose poi così diverse.

Con entrambe quando esprimi il massimo sforzo per arrivare alla conquista, puoi star certo di ricevere un sonoro rifiuto.

Attratti solamente dall’indifferenza.

L’universo è una puttanella e puoi conquistarti i suoi favori solo fingendo che non te ne freghi niente.”

 

Nel mentre maneggiava uno zainetto, solo che invece di metterselo sulla schiena, lo posizionò davanti.

Sembrava una donna incinta, solo che quando diceva “parto” intendeva un’altra cosa.

 

“E se fosse tutto causa del mio vivere veloce?

Ho passato gran parte del mio tempo a studiare per aver di cosa vivere, accorgendomi solo ora che non ho cosa vivere e neppure con chi farlo.

Passi la vita a cercare il posto fisso, quando l’unica cosa che vuoi è perderti in qualcuno.

 

Ho speso gran parte del mio tempo a costruirmi una morale, un codice di comportamento che mi indirizzasse in tutte le  mie scelte, una guida per le strade da intraprendere.

E ora non ho nessun compagno di viaggio.

Passi la vita a cercare di diventare un uomo tutto di un pezzo, quando l’unica cosa che vuoi è lasciare negli altri un pezzo di te.

 

Ho provato più volte a cambiare città per darmi una scossa, ma i demoni non hanno fissa dimora, sono dei bagagli che ti porti dietro e che appesantiscono il tuo viaggio.

E quando ogni sera che torni a casa sono gli unici ad aspettarti, cominci ad apprezzare la loro compagnia.

Passi tutta la vita a cercare quattro mura dove vivere, quando l’unica cosa che vuoi è abbattere i muri degli altri.”

 

Lo vedevo armeggiare col cellulare.

Solo che quando diceva di volerci mandare un “messaggio” intendeva un’altra cosa.

 

“Sai  sono diverse le leggende antiche che spiegano l’eclissi.

I Vichinghi immaginavano una coppia di cani celesti che inseguivano Sole e Luna per poterla mordere: quando uno dei due ci riusciva, ecco che si verificava l’eclissi.

In Vietnam erano una rana o un rospo a divorare il Sole o la Luna.

In cinese, la parola più antica per descrivere l’eclissi è “shih”, che significa ‘mangiare’.

È  incredibile come anche quando si guardino le stelle non si riesca ad andare oltre il proprio stomaco.”

 

I suoi toni cominciavano a infervorarsi.

Solo che quando diceva di “accendersi” intendeva un’altra cosa.

 

“Sai qual è l’unico punto dell’universo dal quale non puoi vedere la Terra? Dal pianeta Terra.

E ciò mi ha fatto pensare.

Ho cominciato a guardare le cose da lontano e non più dall’epicentro dove accadevano.

E il vuoto che sento dentro non è altro che lo specchio del vuoto che lascio nelle persone.

Quello che ci dà una forma completa non è che l’insieme di pezzi che lasciamo negli altri.

Siamo mosaici.”

 

L’eclissi era entrata nel pieno.

Gli altri erano appena arrivati.

La città, tra chi guardava lo spettacolo e chi non aveva ancora avuto il tempo di accendere la luce, era immersa nell’oscurità.

Rivolto a tutti disse.

 

“Per una volta sarò quelli che tutti guardano.

L’unica luce nel buio.

Il sole ci ha traditi, ma ci sono io a splendere per voi.

Non avrò mai più dubbi di aver lasciato qualcosa di me in voi.

Ma non lo faccio solo per me, d’ora in poi ogni volta che vi mancherò vi basterà rivedervi tutti assieme.

Vi regalo un motivo per restare assieme.

Mi disintegro per creare unione.”

 

Una fortissima luce prese il posto del nostro amico, il boato che ci rese sordi per un po’ ci evitò la fatica di trovare qualcosa da dire.

L’inutile sforzo dell’urlare.

Quando diceva che avrebbe “brillato” intendeva un’altra cosa.

 

 

[MaglaxWriters] – “Caleidoscopio” di Simone Piani

CALEIDOSCOPIO copCALEIDOSCOPIO

di Simone Piani

I Frammento

Strinsi tra le mani un ramo, non avevo idea se fosse di platano oppure di castagno, ero nel folto del bosco e non m’intendevo di dendrologia. Non era che un pezzo di legno, un insieme di fibre e cellulosa. Ne osservai le pieghe della corteccia, gli incavi invisibili, le trame irregolari e le cento e più sfumature che ne variavano la superficie.

Visto così sembrava solido, quasi un albero in miniatura. Cercava forse di mostrarsi per come non era: fragile. Restava silenzioso e si faceva osservare. Una volta era parte di qualcosa di molto più grande, ma era caduto, aveva perso il suo sostegno; per molti giorni era rimasto sdraiato pesantemente per terra, inerte.

Alzai il bastone al cielo, un’estremità salda tra le dita, l’altra puntata versole nuvole come un parafulmine. Lo lanciai. La sua traiettoria a parabola, rapida, immediata, fu come uno squarcio, una ferita nell’aria. Ci fu uno schianto sordo e il legno si spaccò. Le schegge del ramo partirono in tutte le direzioni. Nessuna possibilità, l’interezza si era divisa, l’unità si era spezzata.

Un segno bianco sulla pietra contro cui il legno aveva terminato il suo volo era l’unico ricordo rimasto.

II Frammento

Tardo pomeriggio, mi preparavo per esibirmi in piazza, pubblicamente. Amavo fare così in quel periodo. Niente teatri sfarzosi, niente palcoscenici, non volevo sentire alcuna distanza da chi avrebbe assistito al mio spettacolo.

Una ragazza sui quindici anni appoggiata ad una panca osservava i miei movimenti con poca attenzione; fumava chiacchierando con un’amica che pareva non ascoltarla. Una coppia sottobraccio camminava in direzione di una gelateria artigianale: ridevano sereni.

Ora la gente iniziava a radunarsi curiosa attorno a me. Poco prima le persone attraversavano la via, immerse nei loro pensieri o impegnate in lunghe discussioni. Sul volto di ognuna di esse vedevo una maschera. Una maschera simile a quella che indossavo quando recitavo la mia parte; una maschera grazie alla quale permettevo alla macchina teatrale di proseguire il suo delirio di finzione.

Una donna sulla quarantina passò con coraggio in mezzo al vuoto rimasto tra me e la folla; una presenza fugace, intuibile solo dal fruscio lieve della sua giacca e da quel profumo di rose e cannella.

In fondo era anche lei un’attrice come me.

Allargai platealmente le braccia verso il pubblico e iniziai.

III Frammento

Mi rimisi in cammino calpestando le foglie per terra, incurante della vita che scorreva al di sotto dei miei passi. Laggiù, laggiù oltre il bosco da qualche parte stava l’altra parte di me. O meglio tutto quello che di me avevo disperso.

Un respiro profondo. Ora o mai più.

Scattai in avanti, attivando le fibre che costituivano i miei muscoli. Sincronizzai le braccia e le gambe per facilitare l’equilibrio, dosai il respiro per mantenere le forze ed ossigenare meglio il sangue.

Correvo rapido. Spingevo il terreno sotto di me.

Il bosco era alle spalle, già lontano. Sentivo la fatica, e la affrontavo. Correvo. Dovevo arrivare dall’altra parte. Fendevo l’aria cercando di ridurre la resistenza al minimo.

Il cuore pulsava, sempre più intensamente. Ora iniziava a premere contro il petto. Ora risaliva il gusto di saliva ferrosa, ora il sudore mi pungeva gli occhi, ora il sangue impazzava nelle vene.

Io, o meglio tutto ciò che di me avevo disperso era a pochi metri di distanza.

E di colpo, repentino, un muro invisibile arrestò la mia corsa. Inevitabilmente mi schiantai. L’impatto venne assorbito dalle ossa, la maggior parte delle quali si spezzarono, si sbriciolarono. Il mio fragile corpo s’infranse, come un ramo abbattuto su una pietra. Caddi a terra, esanime. Ciò che di me avevo disperso avrebbe continuato ad attendermi troppo lontano.

Mi sveglio.

Ma non apro gli occhi, non posso. Costretto così da ormai dieci anni. Fuori nessuno sa, fuori nessuno sente. Solo ogni tanto qualcuno spera. La speranza di chi non sa accettare. Tutti recitano la loro parte, qui vicino a me. Non voglio dire che non siano sinceri, tutt’altro. E’ solo che non possono fare a meno di vivere quel ruolo, di essere coerenti alla loro parte: qualcuno è seduto con le braccia conserte, osserva il mio respiro meccanico. Qualcuno mi parla, ma non lo sento. Qualcuno ancora passeggia per la stanza e pensa, forse ricorda.

Una volta anche io ero così. Recitavo in teatro. Ero bravo, molto bravo. Mi mimetizzavo così bene che la gente non mi riconosceva più. Mostravo solo dei frammenti ma il pubblico era così persuaso dalla mia rappresentazione da credere che io fossi tale, da credere di riconoscermi in ciascuna di quelle schegge.

Allo stesso modo le persone recitano mostrando agli altri frammenti di sè e celando tutto il resto. E chi incrocia la loro strada, per più o meno tempo, non vedrà mai l’attore al completo ma solo il personaggio, costruito su una parziale messa in mostra di sè.

Lo capisco, certo. Finchè non si allarga lo sguardo, tutto può essere frainteso e la mente ingannata.

La realtà del resto è semplicemente, irrimediabilmente caleidoscopica.

Ho recitato in tanti spettacoli e ho amato gli applausi del pubblico.

Ora però mi sono perso. Così separato da me stesso da non ritrovare il punto di partenza, come un ramo caduto a terra e poi spezzato in tante parti.

Ho diviso il mio corpo e la mia mente, mi son mostrato ogni volta diverso; ora non so più se chi parla e chi pensa sia realmente io. Perso tra i miei frammenti. Nel momento in cui ho provato a liberarmi delle mie costruzioni mi sono infranto, come in corsa contro ad una barriera invisibile: i muri erano troppo alti, ed io troppo fragile.

Dite che sono in coma. Voi che non mi avete mai conosciuto realmente, giudicate solo quello che vedete, ancora una volta. Ma nonostante ciò staccate tutto questo macchinario che mi tiene in vita, non mi opporrò.

Lasciate che vi dica solo un’ultima cosa, il mio cameo prima di uscire dal palco: non siamo che schegge sparse di un caleidoscopio, e viviamo per ritrovarci ad una ad una.

[MaglaxWriters] – “Scheggia” di Daniele Imbornone

SCHEGGIA COPSCHEGGIA

Daniele Imbornone

I miei occhi sono immersi nella meraviglia. Alzo la testa e guardo le nubi accumularsi sopra le nostre teste.

Non le ho mai viste così colleriche e cupe; sembrano pece e, dentro di esse, si nasconde la brace divina.

I miei passi e quelli dei miei fratelli sono ancora insicuri e la strada è lunga; ma sanno che non devono temere. No… nemmeno con morte ai lati; nemmeno con le creature marine che ci osservano nascoste.

Devono avere solo fiducia e guardare avanti. La strada è sicura e diritta, proprio come le sue vie.

Siamo stati benedetti, nulla ci è mancato. E ora, ci apprestiamo ad abbandonare le nostre pene, attraversando le onde del mare coi piedi asciutti. Le ruote dei carri procedono a rilento e avverto i lamenti degli animali carichi di provviste, oro, argento e ogni oggetto prezioso fatto da mano d’uomo. Quanto bottino per indurci ad abbandonare la terra del gran fiume, martoriato dalle pieghe del nostro liberatore… Lui si è ricordato di noi! Ha udito le nostre grida d’afflizione e ha steso la mano contro il faraone, contro il gran re. Gli ha piantato una scheggia nel cuore e lo ha tramutato in pietra. Per dieci volte gli ha mostrato la sua potenza e a noi, suo popolo prediletto, la sua benignità.

Mentre il mio bastone ticchetta contro le rocce marine, non posso evitare di guardare ciò che accade attorno a me. È notte e i lampi rischiarano la bruma a giorno. La creazione intera è venuta a osservare quanto mai veduto: l’uomo fiducioso che, guidato dal creatore, sfida gli abissi. Lo aveva affermato con forza: non abbiate paura, fortificatevi e tu e il popolo passerete sull’asciutto. E così sta avvenendo.

C’è un gran vento e i flutti turbinano sopra di noi.

Sento il canto del popolo tra le sue lingue taglienti. Esso porta fino a te la loro voce. Ti prego, ascolta! Questo è quanto possiamo fare per renderti onore! Gioisci in noi e noi gioiremo in te e nella tua grazia.

Oh, ci hanno trovati, odo il loro canto di guerra sin nel cuore del mar rosso. Sono venuti anch’essi a darti gloria? Sono qui per pentirsi? No, sono qui a motivo della scheggia nei loro cuori: sono qui a sfidarti con la loro forza che vale meno di nulla. Confidano nel numero, nelle armi. Noi non abbiamo nulla e presto ci raggiungeranno. Il mio corpo vacilla, la sabbia trema per il gran numero dei guerrieri, le bestie sono agitate e i bambini cercano riparo tra le braccia dei genitori. Anche io confesso di avere paura, ma sto saldo.

Noi non ci daremo alla fuga, noi aspetteremo la manifestazione della tua perfezione e vedremo compiersi i tuoi prodigi. Il tempo è giunto, lo percepisco chiaramente. Do ordine al popolo di affrettarsi.

C’è molta confusione. La paura cresce e le urla contagiano i più. Alcuni carri cominciano a rompersi, ad incagliarsi nel fondale. Lasciate i beni inutili! Prendete solo ciò che si può trasportare! Abbiate fiducia e vivrete; non siate increduli come gli egiziani. I carri e i cavalieri che vedete oggi non li vedrete più; periranno con il loro orgoglio e la vanagloria del loro signore. Abbiate solo fede nel vostro condottiero, colui che combatte per voi!

Il suono del corno diventa più forte, le mura d’acqua ne accrescono l’arroganza e rendono roco il suo eco. Ma dalla nostra parte ruggisce la voce dei mari. La brezza che soffia dietro di noi in un attimo diventa uragano. La mia tunica mi spinge indietro, eppure la mia mente e la mia anima mi danno la forza per proseguire. La salsedine mi brucia gli occhi, la pelle si secca e i capelli su cui si deposita diventano duri e irti come rovi. Faccio fatica a tenere gli occhi aperti, ma le orecchie sono attente a ciò che mi precede. Le colonne d’acqua cominciano a vacillare. La loro forza distruttrice è terribile.

La vita che custodisce è però calma e pacifica, nonostante il fragore della guerra.

Altri tuoni illuminano gigantesche creature, banchi di pesci e fortezze di corallo. Quanto è maestoso, quanto è elaborato! Potenza e bellezza. Vita e morte. Ed è proprio questo connubio eterno che crolla sopra gli uomini che non ti riconoscono. La schiuma si sparge dietro di noi, i cavalloni defluiscono e la testa del faraone perde la sua corona e il suo scettro. La scheggia dentro di lui lo rende ostinato, avanza nonostante sappia che le sue membra non sono che carne e ossa. La sua rovina è grande.

In un attimo, mentre noi corriamo sul fondale ancora asciutto, ci giungono le urla di disperazione dei nostri assalitori ridotti, un istante dopo, a miseri cadaveri. Non mi fermo, il mare avanza insieme a noi; dietro di noi, con calma.

Ci fa da protettore, in attesa che tocchiamo la riva. Manca poco per giungervi.

Ad un tratto, il vento si calma e il suono di una melodia mi giunge agli orecchi. è la melodia di arpe e flauti. Mi guardo intorno ma non vedo nessuno.

La melodia diventa più dolce e allora mi accorgo della presenza di alcune orme che mi precedono.

Chi è? Io sono alla testa del popolo eppure altre orme compaiono più avanti.

Oh… ora comprendo.

Chiedo perdono per la mia insignificanza, per il mio orgoglio. Alla testa del popolo non ci sono io…

Non sono io ad averlo liberato dalla schiavitù, ad aver aperto il mare, ad averlo fatto richiudere.

Io non sono che polvere, come tutti gli uomini, le donne e i bambini dietro di me.

Sono uno strumento inutile, una mano fiacca, una bocca che non sa parlare.

Ora mi sembra quasi di vederti. Di schiena, che avanzi sicuro, che sali sugli ultimi scogli e raggiungi la riva sul far del giorno. Ti vedo vicino, ma sei distante. Tanto lontano che pari irraggiungibile.

Ti prego, rallenta, fammi camminare più vicino a te!

Toglimi dagli occhi questa scheggia, che io possa vedere la tua maestà com’è realmente.

Concedimi la grazia di essere un servo utile, di vedere questo popolo moltiplicarsi e camminare con te, da vicino. La risposta è forte come la tua voce, più forte di quella del mare che si è appena richiuso dietro l’ultimo bambino, dietro l’ultimo paio di buoi.

Verrà quel momento… ma non oggi.

[MaglaxWriters] – “Schegge senza forma” di Andrea Di Lauro

Schegge senza forma COPSchegge senza forma

Andrea Di Lauro

Eppure si ritrovava sullo stesso sentiero, percorso non più di un paio di ore fa. Quel giorno Jacob, considerato da tutte le persone del luogo come un uomo statuario e dai muscoli di granito andò per boschi, inoltrandosi in un luogo austero, ostico e quasi dimenticato. L’andata si era rivelata tortuosa ma tutto sommato nelle possibilità del robusto boscaiolo, ma al ritorno, la causa che fece accelerare freneticamente i suoi battiti cardiaci fu il repentino imbrunire del cielo autunnale. Galoppando sgraziatamente, scendeva verso valle, ansimando e rimuginando su qualche particolare che potesse ricordargli la giusta strada, anche se le luci delle abitazioni ancora non arrivavano alla vista. Una sensazione che ormai aveva scordato prese le redini della sua mente, ed essa gli parlava attraverso il primordiale linguaggio del panico. Guardava in una direzione, poi in un’altra, si voltava velocemente, cercando di mettere a fuoco il sentiero battuto tra gli alberi di castagno, ma i contorni del luogo divenivano sfuocati, forse per il fatto che la discesa veniva scandita dalla fretta, o forse per la paura offuscatrice. Jacob, l’enorme gigante, ricordato nella taverna del paese come uomo tutto d’un pezzo e forte come un toro, era in balia del bosco, che pur non muovendosi, ammantava ombrosamente la piccola creatura umana che aveva superbamente osato valicare i suoi confini in un orario poco raccomandato.

Silenziosamente cadeva nella trappola dei castagni e degli abeti, delle foglie cadute che nascondevano l’artificiale sentiero, dei solchi e degli arbusti tutti troppo simili agli altri per poterli distinguere, dell’ambiente ovattato e privo di molesti rumori, il quale permetteva facilmente l’emersione delle sue terrificanti emozioni. Imprigionato, come lo sfortunato esploratore che affondava in sabbie mobili, più si muoveva e più sprofondava nel bosco ormai permeato dalla penombra. Più correva e cambiava direzione, più veniva inglobato nella selvatica e inospitale foresta. Un luogo così tranquillo, pacifico, paradisiaco e brulicante di creature che vivevano in simbiosi con esso, senza attuare azione alcuna e servendosi della notte era capace di uccidere.

Ma d’altronde, l’uomo è l’unica creatura che tramite la propria arbitraria decisione si allontana dalla natura accettandone le conseguenze.

Trascorsero le giornate, la pioggia susseguiva al vento umido e al bruciante calore solare, e di Jacob non si ebbe più alcuna notizia, né traccia. Il carpentiere disse che aveva troppo lavoro arretrato, il fornaio che i suoi giorni erano costituiti dalle ore di sonno, il pastore invece affermò di non poter lasciare soli gli animali. Eppure in cuor loro, erano consapevoli delle parole prive di sincerità. Soltanto la paura fermò i passi che potevano dirigersi verso la foresta, la quale dall’alto, osservava i piccoli esseri superbi che nel corso dei secoli si erano da lei allontanati, decidendo di rinchiudersi in una gabbia con le sbarre placcate d’oro.

Perché la lucentezza può sedurre l’occhio tramite l’illusione di una ricchezza che alla fin fine imprigiona.

Preferirono stare al sicuro, nel loro nido artificiale, piuttosto che rischiare e cercare il disperso.

Difatti la sicurezza dà potere, ma in cambio cede una vasta quantità di noia che pian piano attecchisce il guizzo vitale che ogni essere umano possiede.

Niente poteva competere con un paio d’ore vissute in simbiosi della natura. Non c’era aratro, o leccornia, o pelliccia, o poltrona; non esisteva nessun tipo di comodità o piacere che riusciva a eguagliare la reale felicità duratura di cui era capace la compagnia del mondo naturale.

Tuttavia, le creature che si definivano intelligenti continuarono a costruire case e villaggi che non servivano più a proteggere, ma a imprigionare; perseverando in direzione di futili ed effimeri scopi, sospinti da un inconscio soggiogato che non era loro. Un inconscio impiantato da esseri similmente umani, ma che avevano più potere, perché possedevano quantità enormi di strani ritagli cartacei rettangolari.

E continuavano a distanziarsi, a staccarsi, a elevarsi al rango di marionettisti del pianeta e dei suoi figli, senza accorgersi di essere loro stessi marionette di una mente che non gli apparteneva. Piccoli organismi dalle potenzialità assopite, che nascevano svegli per poi addormentarsi, cullati dalle rassicurazioni del controverso sistema che avevano creato. Venivano al mondo neutri per poi essere insozzati dalle piatte e limitanti credenze che quello stesso sistema fagocitava velocemente, violentemente e astutamente. Vaste orde di uomini ipnotizzati, totalmente privi del concetto di verità, perché la verità era solo ciò che giornalmente e comodamente gli veniva ripetuto fino alla saturazione, fino alla fastidiosità, fino all’accettazione… Fino all’abitudine.

Eppure, che cos’era l’uomo se non natura? Natura, certo, ma di una tipologia che poteva prendere la decisione di rinnegare se stessa, autodistruggendosi in qualunque momento e in qualunque modo. Era un frammento assai tagliente che si era staccato dal tutto, e che sospinto da pensieri boriosi voleva infiltrarsi in percorsi non consoni alla sua anima.

Una scheggia che poteva manifestare la più alta forma naturale, ma anche la più bassa, la più infima, la più abietta.

Ma, lontano dalla putrescente palude circondata dal veleno artificiale, nascosto dalla vegetazione, rimaneva ancora qualche frammento diverso, che dopo essere stato reciso prendeva la decisione di ritornare alla propria materia madre. Una scheggia senza contorni, e dunque senza forma, che era giunta al seno materno per poter ritornare neutra.