[ospiti] – #AllDay Giornata Autore: highlight Federica Pannocchia

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FEDERICA PANNOCCHIA – OSPITE DEL GIORNO #allDay di ieri!

Se volete leggere l’intervista, scoprire di più su questa interessante Autrice, leggere i commenti e le domande dei lettori. andate qui

Come ormai d’abitudine per l’evento GIORNATA AUTORE#allDay: è previsto un piccolo richiamo il giorno successivo, l’highlight: una sorta  di asterisco alla vostra attenzione sull’Autore che è stato ospite il giorno precedente.

…Un modo per appuntarselo nella memoria!😀

 

Highlight

*Ecco l’asterisco che riguarda la nostra Federica Pannocchia

RECENSIONI –

La mia

L’autrice, nelle sue note di chiusura dice: “Ho sempre voluto raccontare della ferocia dei nazisti, delle sofferenze che i prigionieri hanno subito nei campi di concentramento e delle speranze che ogni persona nutriva durante la Seconda Guerra Mondiale”. 

Il lavoro della giovane e talentuosa scrittrice (che ha svolto anche un’accurata ricerca storica e raccolta di testimonianze) è egregiamente riuscito. Il lettore è trascinato nella vita, nelle gioie e nelle tragedie personali dei protagonisti, divenendone parte e percependo, con lo stesso sbigottimento della giovane Lia, l’incredulità per una violenza così feroce, alimentata da quell’odio assurdo che ha permesso di sterminare un intero popolo e arrivando a provare la stessa indignazione della giovane di fronte all’orrore della Shoah.

La storia di Lia è un monito affinché ciò non accada mai più e un memento indelebile per non dimenticare

.Cari lettori vi consiglio questo libro al quale assegno 5 stelle meritatissime!

Approfondiamo ora un po’ la trama del libro…  Lia vive a Roma, ha tredici anni, vuole studiare, diventare medico e viaggiare ed è piena di sogni e voglia di vivere; ma è ebrea e siamo in piena Seconda Guerra Mondiale. Vive nascosta da ormai tre anni assieme alla sua famiglia (suo padre Daniele, sua madre Giuditta, sua nonna Miriam, il fratello maggiore Tommaso e il piccolo Chalom), in una minuscola cantina, grazie alla complicità di una famiglia romana di amici (i Parisi). Il mondo di Lia si riduce a pochi metri quadri e tanto buio, a silenzi pieni di paura e poche ore di spensieratezza, durante le visite serali degli amici. La sua vita precedente fatta di amiche, di scuola, studio e spensieratezza è stata spazzata via, ormai è solo un lontano ricordo. Ma proprio questi ricordi sbiaditi di una normale serena vita saranno quelli ai quali la giovane si aggrapperà, per non essere travolta dalla disperazione. Lia è convinta che prima o poi tutto finirà, che tutti loro ritorneranno a vivere la vita di prima. La ragazzina non riesce ad accettare la violenza e la cattiveria, non riesce a comprendere perché lei e gli altri della sua famiglia, possano essere perseguitati e privati della possibilità di vivere, per il semplice fatto di essere ebrei. Perché Lia si sente una ragazzina come le altre e non capisce quale sia la differenza. Non capisce come si possa arrivare a provare odio. Non capisce come ci si possa accanire in una guerra di morte e distruzione, quando la vita in realtà è una cosa meravigliosa. «Questa situazione non durerà per sempre.» E’ grazie a questa forza d’animo che Lia diventa luce forte di speranza in mezzo a tutta la disperazione di guerra. Quando le cose peggiorano, quando Roma viene bombardata, quando sono costretti a uscire per le strade rischiando di essere arrestati per andare in un altro nascondiglio e poi in un altro, ancora, Lia è la ragazzina coraggiosa che riesce a infondere fiducia e speranza agli altri membri della famiglia, affranti e afflitti per il precipitare della situazione. Nonostante la tragedia, la disperazione e i bombardamenti Lia non smette di voler immaginare il cielo sopra di sé. Ma non lo vuole solo immaginare, lo vuole caparbiamente ricordare, lo vuole vedere e, soprattutto, vuole sapere che colore ha ora e quanto brillano le sue stelle, sopra una Roma bombardata. Infatti, lo chiede curiosa all’amico del padre, durante una delle sue visite serali nella cantina buia: “Com’è il cielo?”. E il signor Parisi le racconterà, qualche sera dopo, di aver guardato le stelle proprio per lei, proprio per poterle dare una risposta. Questo è uno dei passaggi più toccanti del romanzo, offre la portata dell’amore per la vita che Lia ha e di come riesca a riportare anche gli altri a una speranza primitiva e potente.

Lia, poi, per un breve periodo avrà il piacere di osservare quel cielo tanto amato dalla piccola finestra della mansarda, che dividerà con un’altra famiglia ebrea, la famiglia di Hadas. E proprio questa mansarda diventerà per la ragazzina il luogo più caro, perché qui condividerà pensieri ed emozioni con il suo amico Hadas, che diventerà una presenza sempre più importante per lei, dapprima amico e confidente, poi il vero primo grande amore. Nelle loro lunghe conversazioni la domanda ricorrente della giovane è: “Perché?”. Perché quest’accanimento e quest’odio così rabbioso nei confronti del mio popolo? Perché essere privata della mia vita, della mia libertà? In nome di cosa, tutto questo, quando la vita è così meravigliosa?”. E, alla domanda di Hadas su cosa vorrà fare dopo la guerra, la sua risposta spiazzante e sincera è: “vorrò vivere.” Ma la guerra avanza inesorabile e anche noi lettori assistiamo impotenti al precipitare degli eventi e all’aggravarsi della condizione degli ebrei nella Capitale. Gli Urovitz devono a spostarsi nuovamente in cerca di un nascondiglio più sicuro. Assieme ad altre famiglie ebree trovano riparo presso un monastero, ma dopo il susseguirsi di rastrellamenti e perquisizioni in tutta Roma da parte dei tedeschi, le famiglie rifugiate sono costrette a fuggire altrove. La famiglia di Lia decide di ritornare nella loro casa, credendola ormai sicura. Ed è invece proprio qui che la mattina del 16 ottobre 1943, vengono catturati durante il più grande rastrellamento del Ghetto di Roma da parte della Gestapo. Tutti gli ebrei vengono deportati ad Auschwitz e qui Lia dovrà far ricorso a tutta la sua voglia di vivere e ai ricordi più belli per attraversare l’orrore dei campi di sterminio: subire il disconoscimento della propria identità e umanità, la fame, il freddo, i patimenti, i dolori e le violenze, le percosse, lo sfinimento fisico dei lavori forzati, la malattia, la morte, la follia dell’odio razziale e della crudele malvagità delle SS.
«Era ancora una persona chi veniva continuamente picchiata, umiliata e privata della dignità? Era una persona chi era stata obbligata a spogliarsi e lavarsi sotto l’acqua troppo calda o troppo fredda, e che era stata tatuata con un numero perdendo il suo nome?» E’ solo grazie alla determinazione e all’amore per la vita che Lia trova la forza di un’incrollabile speranza. La forza per sopravvivere ogni volta un giorno in più, nonostante l’orrore in cui è precipitata. Lia, quindi, non si rassegna e continua a infondere fiducia e speranza alle altre prigioniere del campo. I suoi sogni diventano luce per tutte quelle donne che non ne hanno più (e anche per noi lettori, che avanziamo attoniti fra le pagine terribili della Shoah). Anche qui Lia diventa il faro di speranza e di coraggio: il suo esempio impedirà a tante altre deportate di lasciarsi andare alla disperazione e alla morte nei vari campi di concentramento, che la ragazza attraverserà da Auschwitz a Mauthausen, tra la Germania e la Polonia. Più di una, infatti, alzerà di nuovo gli occhi al cielo per ritrovare un po’ di bellezza e umanità, oltre le pieghe del terribile genocidio, proprio come faceva Lia…

Consiglio nuovamente a tutti questa lettura, per riflettere, emozionarsi, indignarsi e non dimenticare… quindi, buona lettura!

 

…E IL COMMENTO DEI LETTORI

Questo libro fa molto riflettere e tratta di un argomento che ancora oggi è inconcepibile per chi non ha vissuto quegli anni: gli anni dell’orrore, gli anni della guerra, gli anni della paura, gli anni della povertà, gli anni di chi ha combattuto per rendere il paese libero da quelle persone che un cuore non c’è l’avevano.
Questo libro è come un fulmine a ciel sereno, ti entra dentro e te ad ogni pagina speri e preghi che Lia e la sua famiglia sopravviva a questi orrori. (Gioia)

 

Al termina di questa lettura, che tocca il cuore e l’anima, non si può non avvertire una nuova forza trasferirsi dentro di sé, quella di una ragazzina che ha avuto il coraggio di scommettere sulla vita nonostante l’avvicinarsi della morte.
Lia non si è arresa perché, come ci ricorda lei stessa, la vita è bella. (Silvia)

 

L’autrice è molto brava nel descrivere gli stati d’animo dei vari personaggi. Ci si ritrova molto nel personaggio di Lia e si ripercorre il dramma dei prigionieri costretti a subire ingiustizie e atrocità solo per il fatto di essere ebrei. (Amici di carta – blog)

 

…il libro di Federica Pannocchia (nome d’arte per Sofia Domino), mi ha positivamente colpito. Prima di iniziare il romanzo, ho letto la Nota dell’autrice, e ho scoperto che Sofia, pur essendo giovanissima (classe 1987), non ha lasciato niente al caso; si è attentamente documentata, ha incontrato sopravvissuti, e con consapevolezza e
sensibilità, ha maturato, profondo dentro di sé, il desiderio di dare un contributo alla memoria e alla speranza. (Cat)

 

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Giornata della memoria: suggerimeti d’arte per non dimenticare l’Olocausto

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Oggi è la giornata della memoria, istituita per ricordare gli orrori dell’Olocausto e le vittime della Shoah.

Una giornata per incidere nella memoria collettiva uno dei periodi più bui della storia dell’umanità, nel quale l’uomo si è trasformato in belva, arrivando a toccare il punto più basso della propria coscienza: quando la Germania nazista, durante la Seconda guerra mondiale, decise la mettere in atto il piano di pulizia etnica che prevedeva il genocidio degli ebrei e di altre minoranze etniche e sociali, considerate “nemici dello stato”. Infatti, durante quegli anni, i nazisti crearono campi di concentramento e altre strutture carcerarie con l’obiettivo di internare i suoi prigionieri e qui, nell’impunità più totale, le SS perpetrarono la strategia della “Soluzione Finale” sottoponendo i prigionieri a violenze fisiche e psicologiche, a lavori forzati, a vessazioni e torture, a esperimenti medici crudeli e senza alcuna etica. In questo modo, negli oltre 40 mila campi di concentramento sparsi in tutta Europa, la Germania nazista sterminò in pochi anni il popolo ebraico e le altre etnie minori (prigionieri politici, comunisti, socialisti, Rom, testimoni di Geova, omosessuali e malati psichici): circa 15 milioni di esseri umani e, di questi, 6 milioni erano ebrei.

E’ stata scelta per questa  comemorazione mondiale la data del 27 gennaio, cioè quella in cui le truppe dell’Armata Rossa nel 1945 liberarono il campo di concentramento di Auschwitz. Auschwitz è il campo di concentramento più famoso tra i tanti che le SS avevano costruito, oltre a quello di Bergen-Belsen, che in molti ricordano essere il luogo di prigionia dove Anna Frank venne deportata assieme ai suoi cari e dove trovò la morte. A guerra conclusa, Otto Frank (il padre e unico sopravvissuto della famiglia) ritornò nel rifugio nel quale assieme alla sua famiglia e ad altri aveva tentato di nascondersi per scampare alla persecuzione nazista e qui ritrovò il diario della figlia. Per dare memoria ai posteri del genocidio e per far conoscere al mondo questa testimonianza forte e vivida della condizione di vita dei perseguitati durante gli anni della guerra, Otto Frank decise di pubblicare gli scritti della figlia. Così Il diario di Anna Frank è diventato uno dei libri più letti al mondo e ancora oggi milioni di lettori scoprono affinità emotiva con Anna, sentendosi vicini alla condizione della giovane adolescente ebrea, segregata in un nascondiglio per tentare di sopravvivere all’Olocausto, congelando la vita stessa in una densa attesa che non vedrà mai la luce ma che non perderà mai la forza della speranza.

Ecco la difficoltà di questi tempi: gli ideali, i sogni, le splendide speranze non sono ancora sorti in noi che già sono colpiti e completamente distrutti dalla crudele realtà. È un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo. [Anna Frank]

 

La forza di questi scritti è che hanno sentire universale e accomunano generazioni e popoli diversi annullando le differenze di cultura, religione e politica. Nel battito del cuore di Anna, che pulsa tra i suoi pensieri e nei suoi racconti custoditi in quelle pagine, sentiamo battere il cuore dell’umanità affine al nostro e ci sentiamo tutti più vicini, tutti più fratelli, tutti meno soli e forse capaci di sconfiggere l’odio e la violenza.

Ricordare è un dovere che la società civile ha: non dimenticare, per non permettere che accadano di nuovo fatti agghiaccianti come questo.

E ciò è ancor più necessario OGGI!

VIsto il momento storico incerto e confuso, agitato da venti di guerra e d’odio. Dove la società civile subisce un ripiegamento su se stessa per difendersi dall’escalation di violenza terroristica, arrivando ad adottare soluzioni politiche di contenimento e repressione che fomentano e aumentano le differenze tra culture, contribuendo ad accendere la miccia su recriminazioni millenarie. Dove si ripropone la strategia dell’eliminazione del nemico con tecniche che, purtroppo ben conosciamo. Dove troppi sono ancora i luoghi dove il conflitto e la violenza continuano a far stragi: nei paesi d’Africa, martoriati dalla guerra civile tra etnie che alimenta l’eccidio tra fazioni diverse coinvolgendo civili innocenti,  e in tutto il medio Oriente, dove continuano a morire intere popolazioni inermi sotto i bombardamenti che non guardano in faccia nessuno, neanche se sei un bambino in un ospedaale o in una scuola.

Tutto questo toglie futuro all’umanità. E senza futuro non c’è speranza. Impariamo dai nostri errori e non permettiamo che la storia si ripeta.

Per commemorare questo giorno voglio suggerirvi una lettura, un film, una canzone, perché anche larte contribuisce a mantenere testimonianza della storia, che troppo spesso – purtroppo – non insegna niente agli uomini…

∼ Loriana ∼


Lettura

scarpetterosse

C’E’ UN PAIO DI SCARPETTE ROSSE – di Joyce Lussu

C’è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica
“Schulze Monaco”
c’è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio di scarpette infantili
a Buchenwald
più in là c’è un mucchio di riccioli biondi
di ciocche nere e castane
a Buchenwald

servivano a far coperte per soldati
non si sprecava nulla
e i bimbi li spogliavano e li radevano
prima di spingerli nelle camere a gas
c’è un paio di scarpette rosse per la domenica
a Buchenwald

erano di un bambino di tre anni e mezzo
chi sa di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni
ma il suo pianto lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini
li possiamo immaginare
scarpa numero ventiquattro
per l’eternità
perchè i piedini dei bambini morti non crescono

c’è un paio di scarpette rosse
a Buchenwald
quasi nuove
perchè i piedini dei bambini morti
non consumano le suole.


Film

locandina

JONA CHE VISSE NELLA BALENA – Un film di Roberto Faenza – 1993

Un film di Roberto Faenza. Con Juliet Aubrey, Jean-Hugues Anglade, Jenner Del Vecchio, Francesca De Sapio – Genere: Drammatico –  durata 100 min. – Italia, Francia 1993

La trama (tratta da mymovies): Viene narrata una storia familiare sullo sfondo della seconda guerra mondiale. Uno scienziato ebreo ricorda la sua infanzia coi genitori in un campo di concentramento. La psicologia del bambino protagonista e degli altri personaggi emerge in maniera molto credibile dalla sceneggiatura e dalle interpretazioni. Molto bella la sequenza in cui il bambino vede morire il padre in infermeria. Corre a cercare la madre con le scarpe del genitore, ma sbaglia più volte la strada. Poi gioca con le scarpe e si dimentica di avvertirla.

“Guarda sempre il cielo e non odiare mai nessuno”  (cit.)


Musica

AUSCHWITZ – Francesco Guccini