[MaglaxWriters] – “Scheggia” di Daniele Imbornone

SCHEGGIA COPSCHEGGIA

Daniele Imbornone

I miei occhi sono immersi nella meraviglia. Alzo la testa e guardo le nubi accumularsi sopra le nostre teste.

Non le ho mai viste così colleriche e cupe; sembrano pece e, dentro di esse, si nasconde la brace divina.

I miei passi e quelli dei miei fratelli sono ancora insicuri e la strada è lunga; ma sanno che non devono temere. No… nemmeno con morte ai lati; nemmeno con le creature marine che ci osservano nascoste.

Devono avere solo fiducia e guardare avanti. La strada è sicura e diritta, proprio come le sue vie.

Siamo stati benedetti, nulla ci è mancato. E ora, ci apprestiamo ad abbandonare le nostre pene, attraversando le onde del mare coi piedi asciutti. Le ruote dei carri procedono a rilento e avverto i lamenti degli animali carichi di provviste, oro, argento e ogni oggetto prezioso fatto da mano d’uomo. Quanto bottino per indurci ad abbandonare la terra del gran fiume, martoriato dalle pieghe del nostro liberatore… Lui si è ricordato di noi! Ha udito le nostre grida d’afflizione e ha steso la mano contro il faraone, contro il gran re. Gli ha piantato una scheggia nel cuore e lo ha tramutato in pietra. Per dieci volte gli ha mostrato la sua potenza e a noi, suo popolo prediletto, la sua benignità.

Mentre il mio bastone ticchetta contro le rocce marine, non posso evitare di guardare ciò che accade attorno a me. È notte e i lampi rischiarano la bruma a giorno. La creazione intera è venuta a osservare quanto mai veduto: l’uomo fiducioso che, guidato dal creatore, sfida gli abissi. Lo aveva affermato con forza: non abbiate paura, fortificatevi e tu e il popolo passerete sull’asciutto. E così sta avvenendo.

C’è un gran vento e i flutti turbinano sopra di noi.

Sento il canto del popolo tra le sue lingue taglienti. Esso porta fino a te la loro voce. Ti prego, ascolta! Questo è quanto possiamo fare per renderti onore! Gioisci in noi e noi gioiremo in te e nella tua grazia.

Oh, ci hanno trovati, odo il loro canto di guerra sin nel cuore del mar rosso. Sono venuti anch’essi a darti gloria? Sono qui per pentirsi? No, sono qui a motivo della scheggia nei loro cuori: sono qui a sfidarti con la loro forza che vale meno di nulla. Confidano nel numero, nelle armi. Noi non abbiamo nulla e presto ci raggiungeranno. Il mio corpo vacilla, la sabbia trema per il gran numero dei guerrieri, le bestie sono agitate e i bambini cercano riparo tra le braccia dei genitori. Anche io confesso di avere paura, ma sto saldo.

Noi non ci daremo alla fuga, noi aspetteremo la manifestazione della tua perfezione e vedremo compiersi i tuoi prodigi. Il tempo è giunto, lo percepisco chiaramente. Do ordine al popolo di affrettarsi.

C’è molta confusione. La paura cresce e le urla contagiano i più. Alcuni carri cominciano a rompersi, ad incagliarsi nel fondale. Lasciate i beni inutili! Prendete solo ciò che si può trasportare! Abbiate fiducia e vivrete; non siate increduli come gli egiziani. I carri e i cavalieri che vedete oggi non li vedrete più; periranno con il loro orgoglio e la vanagloria del loro signore. Abbiate solo fede nel vostro condottiero, colui che combatte per voi!

Il suono del corno diventa più forte, le mura d’acqua ne accrescono l’arroganza e rendono roco il suo eco. Ma dalla nostra parte ruggisce la voce dei mari. La brezza che soffia dietro di noi in un attimo diventa uragano. La mia tunica mi spinge indietro, eppure la mia mente e la mia anima mi danno la forza per proseguire. La salsedine mi brucia gli occhi, la pelle si secca e i capelli su cui si deposita diventano duri e irti come rovi. Faccio fatica a tenere gli occhi aperti, ma le orecchie sono attente a ciò che mi precede. Le colonne d’acqua cominciano a vacillare. La loro forza distruttrice è terribile.

La vita che custodisce è però calma e pacifica, nonostante il fragore della guerra.

Altri tuoni illuminano gigantesche creature, banchi di pesci e fortezze di corallo. Quanto è maestoso, quanto è elaborato! Potenza e bellezza. Vita e morte. Ed è proprio questo connubio eterno che crolla sopra gli uomini che non ti riconoscono. La schiuma si sparge dietro di noi, i cavalloni defluiscono e la testa del faraone perde la sua corona e il suo scettro. La scheggia dentro di lui lo rende ostinato, avanza nonostante sappia che le sue membra non sono che carne e ossa. La sua rovina è grande.

In un attimo, mentre noi corriamo sul fondale ancora asciutto, ci giungono le urla di disperazione dei nostri assalitori ridotti, un istante dopo, a miseri cadaveri. Non mi fermo, il mare avanza insieme a noi; dietro di noi, con calma.

Ci fa da protettore, in attesa che tocchiamo la riva. Manca poco per giungervi.

Ad un tratto, il vento si calma e il suono di una melodia mi giunge agli orecchi. è la melodia di arpe e flauti. Mi guardo intorno ma non vedo nessuno.

La melodia diventa più dolce e allora mi accorgo della presenza di alcune orme che mi precedono.

Chi è? Io sono alla testa del popolo eppure altre orme compaiono più avanti.

Oh… ora comprendo.

Chiedo perdono per la mia insignificanza, per il mio orgoglio. Alla testa del popolo non ci sono io…

Non sono io ad averlo liberato dalla schiavitù, ad aver aperto il mare, ad averlo fatto richiudere.

Io non sono che polvere, come tutti gli uomini, le donne e i bambini dietro di me.

Sono uno strumento inutile, una mano fiacca, una bocca che non sa parlare.

Ora mi sembra quasi di vederti. Di schiena, che avanzi sicuro, che sali sugli ultimi scogli e raggiungi la riva sul far del giorno. Ti vedo vicino, ma sei distante. Tanto lontano che pari irraggiungibile.

Ti prego, rallenta, fammi camminare più vicino a te!

Toglimi dagli occhi questa scheggia, che io possa vedere la tua maestà com’è realmente.

Concedimi la grazia di essere un servo utile, di vedere questo popolo moltiplicarsi e camminare con te, da vicino. La risposta è forte come la tua voce, più forte di quella del mare che si è appena richiuso dietro l’ultimo bambino, dietro l’ultimo paio di buoi.

Verrà quel momento… ma non oggi.

[MaglaxWriters] – “Schegge senza forma” di Andrea Di Lauro

Schegge senza forma COPSchegge senza forma

Andrea Di Lauro

Eppure si ritrovava sullo stesso sentiero, percorso non più di un paio di ore fa. Quel giorno Jacob, considerato da tutte le persone del luogo come un uomo statuario e dai muscoli di granito andò per boschi, inoltrandosi in un luogo austero, ostico e quasi dimenticato. L’andata si era rivelata tortuosa ma tutto sommato nelle possibilità del robusto boscaiolo, ma al ritorno, la causa che fece accelerare freneticamente i suoi battiti cardiaci fu il repentino imbrunire del cielo autunnale. Galoppando sgraziatamente, scendeva verso valle, ansimando e rimuginando su qualche particolare che potesse ricordargli la giusta strada, anche se le luci delle abitazioni ancora non arrivavano alla vista. Una sensazione che ormai aveva scordato prese le redini della sua mente, ed essa gli parlava attraverso il primordiale linguaggio del panico. Guardava in una direzione, poi in un’altra, si voltava velocemente, cercando di mettere a fuoco il sentiero battuto tra gli alberi di castagno, ma i contorni del luogo divenivano sfuocati, forse per il fatto che la discesa veniva scandita dalla fretta, o forse per la paura offuscatrice. Jacob, l’enorme gigante, ricordato nella taverna del paese come uomo tutto d’un pezzo e forte come un toro, era in balia del bosco, che pur non muovendosi, ammantava ombrosamente la piccola creatura umana che aveva superbamente osato valicare i suoi confini in un orario poco raccomandato.

Silenziosamente cadeva nella trappola dei castagni e degli abeti, delle foglie cadute che nascondevano l’artificiale sentiero, dei solchi e degli arbusti tutti troppo simili agli altri per poterli distinguere, dell’ambiente ovattato e privo di molesti rumori, il quale permetteva facilmente l’emersione delle sue terrificanti emozioni. Imprigionato, come lo sfortunato esploratore che affondava in sabbie mobili, più si muoveva e più sprofondava nel bosco ormai permeato dalla penombra. Più correva e cambiava direzione, più veniva inglobato nella selvatica e inospitale foresta. Un luogo così tranquillo, pacifico, paradisiaco e brulicante di creature che vivevano in simbiosi con esso, senza attuare azione alcuna e servendosi della notte era capace di uccidere.

Ma d’altronde, l’uomo è l’unica creatura che tramite la propria arbitraria decisione si allontana dalla natura accettandone le conseguenze.

Trascorsero le giornate, la pioggia susseguiva al vento umido e al bruciante calore solare, e di Jacob non si ebbe più alcuna notizia, né traccia. Il carpentiere disse che aveva troppo lavoro arretrato, il fornaio che i suoi giorni erano costituiti dalle ore di sonno, il pastore invece affermò di non poter lasciare soli gli animali. Eppure in cuor loro, erano consapevoli delle parole prive di sincerità. Soltanto la paura fermò i passi che potevano dirigersi verso la foresta, la quale dall’alto, osservava i piccoli esseri superbi che nel corso dei secoli si erano da lei allontanati, decidendo di rinchiudersi in una gabbia con le sbarre placcate d’oro.

Perché la lucentezza può sedurre l’occhio tramite l’illusione di una ricchezza che alla fin fine imprigiona.

Preferirono stare al sicuro, nel loro nido artificiale, piuttosto che rischiare e cercare il disperso.

Difatti la sicurezza dà potere, ma in cambio cede una vasta quantità di noia che pian piano attecchisce il guizzo vitale che ogni essere umano possiede.

Niente poteva competere con un paio d’ore vissute in simbiosi della natura. Non c’era aratro, o leccornia, o pelliccia, o poltrona; non esisteva nessun tipo di comodità o piacere che riusciva a eguagliare la reale felicità duratura di cui era capace la compagnia del mondo naturale.

Tuttavia, le creature che si definivano intelligenti continuarono a costruire case e villaggi che non servivano più a proteggere, ma a imprigionare; perseverando in direzione di futili ed effimeri scopi, sospinti da un inconscio soggiogato che non era loro. Un inconscio impiantato da esseri similmente umani, ma che avevano più potere, perché possedevano quantità enormi di strani ritagli cartacei rettangolari.

E continuavano a distanziarsi, a staccarsi, a elevarsi al rango di marionettisti del pianeta e dei suoi figli, senza accorgersi di essere loro stessi marionette di una mente che non gli apparteneva. Piccoli organismi dalle potenzialità assopite, che nascevano svegli per poi addormentarsi, cullati dalle rassicurazioni del controverso sistema che avevano creato. Venivano al mondo neutri per poi essere insozzati dalle piatte e limitanti credenze che quello stesso sistema fagocitava velocemente, violentemente e astutamente. Vaste orde di uomini ipnotizzati, totalmente privi del concetto di verità, perché la verità era solo ciò che giornalmente e comodamente gli veniva ripetuto fino alla saturazione, fino alla fastidiosità, fino all’accettazione… Fino all’abitudine.

Eppure, che cos’era l’uomo se non natura? Natura, certo, ma di una tipologia che poteva prendere la decisione di rinnegare se stessa, autodistruggendosi in qualunque momento e in qualunque modo. Era un frammento assai tagliente che si era staccato dal tutto, e che sospinto da pensieri boriosi voleva infiltrarsi in percorsi non consoni alla sua anima.

Una scheggia che poteva manifestare la più alta forma naturale, ma anche la più bassa, la più infima, la più abietta.

Ma, lontano dalla putrescente palude circondata dal veleno artificiale, nascosto dalla vegetazione, rimaneva ancora qualche frammento diverso, che dopo essere stato reciso prendeva la decisione di ritornare alla propria materia madre. Una scheggia senza contorni, e dunque senza forma, che era giunta al seno materno per poter ritornare neutra.

[MaglaxWriters] – “Un sogno premonitore” di Michael Crisantemi

UN SOGNO PREMONITORE COPUN SOGNO PREMONITORE

Michael Crisantemi

A ti sólo,

amor mío.

Nemmeno quel mattino riuscì a svegliarsi prima che le campane, da qualche parte, suonassero il mezzodì.

I raggi del sole accendevano d’argento e di speranze il mare che, nolente, li separava e li riuniva, nell’andirivieni incerto della risacca. La luce del Mediterraneo inondava la stanza, seducendo i cristalli appesi al soffitto che la frantumavano in baleni di luci colorate. Proprio come doveva essere, perché le attese sono le schegge che tolgono il fiato e aprono ai ricordi.

Lucas si rigirò nel letto un paio di volte. Affondò la faccia nell’altro cuscino, che giaceva inutilizzato ormai da tempo, e inspirò forte quel barlume di profumo che alla sua mente d’innamorato pareva essere rimasto.

¡Me voy a correr!”. “Córrete amor”. “Los dos juntos”. “Me encantas”. “Y tu.” “¡Te quiero!” “¡Anda bobo!”

Solo così trovò la forza per alzarsi. Che giorno era? Poco gli importava. Il suo nome, invece, lo ricordava bene.

Come prima cosa andò a controllare la posta elettronica, i rifiuti che gli giungevano dalle case editrici ormai erano diventati la sua colazione, il suo pranzo e la sua cena. Di lui invece nessuna traccia. Lo avrebbe atteso, come faceva ormai da tempo. Che importavano cent’anni? Che importava un sol giorno?

Tornò alla e-mail dell’editore, almeno questo aveva avuto la cortesia di spiegare il suo diniego: scriveva bene sì, questo era fuori di dubbio, il romanzo scorreva ma mancava di personalità. E poi avrebbe fatto bene ad abbandonare l’autobiografia, perché “l’io è morto” e avrebbe dovuto uccidere il suo stesso io.

Lucas scoppiò in una risata isterica. L’io era morto e lui non se n’era accorto. Decise che era opportuno scrivere una lettera a Freud, qualcuno avrebbe dovuto avvertirlo. Frugò nel cassetto per cercare un foglio, trovò solo un pezzo di carta logorato dal tempo. Lo guardò con curiosità: era una versione di greco, ricordo dei suoi anni felici. Una favola di Esopo: “Un sogno premonitore”.

Una notte, un vecchio pauroso sognò che un leone avrebbe ucciso il suo unico figlio. Si svegliò allora di soprassalto e l’indomani rinchiuse il figlio in una stanza che ricoprì di ogni comodità. E per rendergli più gradita la permanenza all’interno, dipinse diversi animali alle pareti, fra i quali c’era anche un leone…”

Era passato tanto tempo, tradurre senza vocabolario gli risultava troppo difficile. Impossibile. Lasciò la morale agli altri, come sempre. Con Freud, invece, avrebbe fatto i conti più tardi.

Nel frattempo si era fatta l’una. Lui sarebbe potuto tornare da un momento all’altro e Lucas voleva che tutto fosse in ordine per il suo arrivo. Apparecchiò la tavola: stese con orgoglio la tovaglia di seta e i bicchieri di cristallo, le forchette del servizio buono, non quelle di tutti i giorni.

Prima di mettersi ai fornelli, notò che uno dei bicchieri era leggermente scheggiato. Stava per cambiarlo quando gli scivolò di mano. Si ruppe in mille pezzi.

Quell’esplosione di vetri che già si perdevano per terra lo risvegliò da quell’incantesimo di cui era artefice e vittima al tempo stesso. Avrebbe perso una persona cara. Non sarebbe mai più tornato da lui. Era stato così ingenuo a pensare che prima o poi sarebbe stato suo. Solo ora se ne rendeva conto, mentre raccoglieva a mani nude i cocci di quell’amore che aveva tenuto su con un filo di voce.

Un vetro gli si conficcò in un dito: nemmeno un miliardo di schegge nella carne avrebbero eguagliato il dolore che portava dentro. Andò in bagno a sciacquare la ferita con acqua fredda. Si guardò allora allo specchio.

Era pronto a tutto ma non a quello, era pronto a tutto ma non a se stesso: la giovinezza era passata e con quella la bellezza. Cos’altro gli rimaneva? La vita era stata un sogno, e il risveglio molto peggio…

Prese un ombrello e cominciò a spaccare tutto quello che gli veniva a tiro: addio cristalli custoditi con cura, addio servizio buono e al diavolo quello di tutti i giorni. Ruppe i tavoli, le sedie, incendiò le foto e i ricordi.

Il clavicembalo era ben temperato, ma non quando lo suonava lui. Diede fuoco pure a quello. Addio vocabolari di greco, libri di poesie e velleità letterarie. Non poteva sopportare un solo rifiuto in più.

E mentre distruggeva quella che era stata la sua vita faceva il conto dei fallimenti che l’avevano popolata. Quante erano le stelle del cielo? Sicuramente meno degli amanti che lo avevano abbandonato. A tutti gli insuccessi diede un nome di spina e queste si conficcavano nel costato straziandogli l’anima. Ma la rosa è forse meno rosa se la si chiama in altro modo?

Vedendo queste cose, il giovane ne soffriva maggiormente. Dopo qualche tempo, trovandosi vicino al leone, disse: <<Maledetta bestia, sono qui per causa tua e del sogno falso di mio padre! Cosa dovrei fare io? >>E detto ciò scagliò un pugno contro la parete e accecò il leone. Ma questo nascondeva una scheggia che si conficcò nel suo dito, che si gonfiò subito. Da lontano già veniva la cancrena e la febbre se lo portò via poco dopo. E così il leone lo uccise dopo aver vissuto inutilmente in una prigione dorata…”

Impastava vetri e sangue con le lacrime che scendevano dagli occhi copiose. La vita non aveva più senso ormai, senza di lui. Gli mancava la forza per ricominciare da capo, un’altra volta.

Afferrò una grossa scheggia di vetro e se la portò al collo. A questa affidò il suo destino, mentre la vita cercava inutili vie di fuga.

<< ¡Te odio! ¡Te odio! ¡Te odio! >> Urlò, cercando invano di uccidere il leone.

Il sangue intanto fecondava la casa di altro dolore alimentando le fiamme che divoravano i ricordi: per risplendere dovevano pur bruciare.

L’ultima tragedia si stava consumando davanti agli occhi ciechi di fantasmi che già lo pretendevano.

Si accasciò sfinito per terra, abbandonandosi a quello che più non poteva. Aveva vissuto una vita di illusioni ma le aveva seguite fino in fondo. Non avrebbe mentito proprio alla fine.

<< Y sin embargo te quiero…>>

E confidò alla vita tutto l’amore che l’aveva ucciso.

[MaglaxWriters] – “Walter” di Francesco Piscitelli

WALTER COPOWALTER

Francesco Piscitelli

La luce esterna filtrava attraverso il vetro verde smerigliato della porta, illuminando una mensola sulla quale erano poggiati un distillatore in rame ormai ossidato e una lente d’ingrandimento scheggiata. Delle boccette trasparenti erano ordinate secondo il livello di riempimento. Tra polveri e liquidi si poteva notare un barattolo pieno di piccole pietre traslucide di diverso colore e dai bordi irregolari. La più grande non superava le dimensioni di una capocchia di spillo. Accanto la mensola, su due ganci di ferro erano appesi una giacca di tweed consumata all’altezza dei gomiti e un berretto da newsboy.

Un gatto tigrato era acciambellato con gli occhi chiusi sul bancone color mogano. Muoveva le orecchie per cogliere le voci provenienti dal retrobottega, dove dietro una pesante tenda di panno si udiva parlare.

Professore, l’operazione farà male?” chiese un ragazzo steso su una poltrona odontoiatrica. Le dita nodose stropicciavano un fazzoletto sudicio.

Nient’affatto, Walter. Sentirai solo qualche ronzio e una lieve vibrazione” rispose il professore. Parlava tenendo tra le mani uno strano marchingegno che dall’aspetto ricordava un cavatappi con delle zampe a ventosa. Una manovella era collegata a degli ingranaggi di ottone dalla funzione ignota.

È sicuro che questo mi aiuterà con i miei ricordi?” chiese il ragazzo mentre osservava l’inusitato oggetto inarcando un sopracciglio. Si tamponò col fazzoletto una goccia di sudore che da una tempia gli stava scendendo lungo il viso.

Al cento per cento. Ora chiudi gli occhi e fai ampi respiri spingendo in basso il diaframma. Quando ti sentirai pronto potrai iniziare a raccontare. In questo modo la scheggia sarà più visibile e potremo rimuoverla con facilità” disse con sicurezza. Gli occhi nelle orbite profonde e scavate avevano uno sguardo sereno.

Walter tirò su col naso e si apprestò a rilassarsi. Trascorse un buon quarto d’ora prima che il respiro da forzato e controllato si facesse più fluido e profondo. Nel frattempo il professore aveva sistemato il marchingegno sul padiglione auricolare del ragazzo e vi guardava all’interno attraverso una piccola lente.

Immagina di essere su una locomotiva che va all’indietro nel tempo sempre più veloce fino a portarti al tuo ricordo. Dove ti trovi?”

Sono nella fattoria di mio padre. Ho 8 anni”

Cosa stai facendo?”

Sto piangendo. Dobbiamo trasferirci, mio padre ha il tifo e non riusciamo più a gestirla”

Cosa è successo dopo aver lasciato la fattoria?”

Ho lavorato. Vendevo giornali per aiutare la mia famiglia e poter andare a scuola. Non avevo tempo per gli amici, perché quando non ero in classe ero in strada. Passavo lunghe ore da solo in un angolo del marciapiede”

Come trascorrevi quei momenti?”

Immaginavo. Non avevo libri o quaderni da disegno, così vivevo avventure che mi costruivo nella mente. All’inizio erano semplici fantasticherie, poi cominciai a inventare delle vere storie con dei personaggi di fantasia. Il mio preferito tra essi era un piccolo topo”

Le rammenti ancora?”

Sì, anche dopo dieci anni. Insieme alla solitudine è ciò che mi è rimasto di quel periodo”

Hai mai pensato di trascriverle e farle vedere a qualcuno?”

E perché mai avrei dovuto farlo?”

Quel bambino che soffriva ha bisogno di esprimersi e lasciar uscire all’esterno le proprie emozioni. E potrà dare l’opportunità a chi non ha la stessa immaginazione di poter vivere le avventure che ha sempre desiderato”

Non credo di esserne capace”

Se l’hai immaginato sarai anche in grado di raccontarlo. E avrai dato un senso alle tue angosce”.

Il ragazzo tacque. Una lacrima gli spuntò da un angolo dell’occhio. Il marchingegno si era intanto bloccato.

Apri gli occhi” disse il professore.

Abbiamo finito?” esclamò il ragazzo, guardandosi intorno.

Proprio così. Guarda: un bel blu cobalto” fiero di sé, il professore parlava roteando tra i polpastrelli un piccolo pezzo di vetro appena sganciato dalla punta del marchingegno. Il ragazzo osservava stupito mentre con una mano si tastava dietro l’orecchio.

Ora che ne abbiamo eliminato la componente negativa, i tuoi ricordi non ti tormenteranno più. Come ti senti, Walter?”

Come se la testa si fosse svuotata. Fa molto strano”

Ti ci abituerai. Per i primi giorni, prenditi dei momenti in cui stare tranquillo respirando come abbiamo fatto. Questo eviterà il formarsi di un nuovo frammento nello spazio che abbiamo lasciato vuoto. Lascia stare, non mi devi nulla” bloccò, con un cenno di diniego, il ragazzo che rovistava nelle tasche dei logori pantaloni in cerca di monete.

E poi il merito è del gatto – proseguì – È stato lui a suggerirmi questa tecnica”.

Oh, ne sono certo” rispose ironico il ragazzo, con lo sguardo rivolto verso l’alto.

È così. Ringrazia lui” il professore indicò l’animale, che aprì gli occhi in una sottile fessura come a osservare la scena.

Vedo che è impossibile farle cambiare idea ed evitare che mi prenda in giro. Allora io la ringrazio signor gatto, le sarò sempre molto grato” disse con un teatrale inchino.

Professore, rifletterò su ciò che mi ha detto: com’era? Se puoi sognarlo puoi anche farlo?”

Proprio così, Walter”

Mi chiami Walt!” gridò il ragazzo mentre abbandonava la bottega.

Rimasto solo, il professore tolse gli occhiali e sospirò.

Chissà perché, Baron, hanno tutti la stessa reazione quando dico che l’idea è stata tua” disse rivolto al gatto, intento a leccarsi una zampa.

Magari perché non hanno mai visto un gatto avere idee” replicò il felino.

Quanto credi potrà durare prima che qualcuno si accorga che nella testa delle persone non ci sono delle schegge di vetro?”

Fin quando le persone crederanno che li possa far star meglio. Gli esseri umani non si interrogano su cosa sia verità e cosa sia finzione, se questo può portar loro beneficio. Credo che voi la chiamiate fede. In fondo, tu non trovi affatto strano che io ti stia parlando”.

Hai proprio ragione, vecchio mio. Come sempre”

Ovvio. Sono un gatto, mi distinguo per l’acume”

Ma non per la modestia” esclamò il professore, ridendo.